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Enzo Iacchetti si racconta: “La strada è la mia vera scuola” [INTERVISTA]

La storia di un ragazzo che voleva volare in alto ma soffriva di vertigini è il titolo del nuovo spettacolo teatrale di Enzo Iacchetti, con il quale il Teatro Delfino di Milano inaugurerà la stagione 2016-2017. Si tratta di un’intervista confidenziale durante la quale Enzo Iacchetti, con la partecipazione di Giorgio Centamore e, soprattutto, del pubblico in sala, risponderà alle domande che gli verranno poste, condividendo aneddoti e racconti. Abbiamo approfondito l’argomento proprio con il diretto interessato, Enzo Iacchetti.

Il titolo dello spettacolo è indicativo del contenuto: si percepisce il fatto che si andrà a parlare di un percorso verso il successo che comporta delusioni e rifiuti. Nel corso della sua carriera, quale tra queste situazioni ha dovuto affrontare costantemente e quale è maggiormente impressa nella sua mente?

“Ho ricevuto talmente tanti no che ricordarne uno specifico è difficile. Io ho cominciato a nove anni a suonare la chitarra e altri strumenti. A 39 anni sono riuscito ad entrare nel mondo della televisione e del teatro che è quello che volevo fare. Sono stati 30 anni duri, perché da ragazzino ero già grande e mi occupavo solo di musica e di teatro. Gli unici libri che ho letto sono commedie, romanzi che poi sono diventati opere teatrali e tutt’oggi leggo solo copioni. Quindi la mia cultura viene da lì, ho sempre voluto fare questo. Ho studiato ragioneria ma più che altro per fare un favore a mio padre, che voleva mi diplomassi in qualcosa. Abitando in un piccolo paese dell’alto varesotto, per esempio, non mi era stato possibile frequentare un’accademia, cosa che avrei fatto volentieri. Tuttavia, ho imparato da Gabri e Iannacci che si può fare teatro, dire cose belle e poetiche anche prendendo spunto da quello che accade per strada e la strada è la mia vera scuola”.

Durante la presentazione dello spettacolo, ha ricordato come le persone si stupiscano di fronte ad un personaggio famoso che, di fatto, conduce una vita normalissima. In cosa un personaggio famoso non è affatto diverso da una persona comune?

Beh, quando sta male per esempio. Io mi trovo spesso da solo e quindi non mi sento più fortunato degli altri. Un artista è sempre più fortunato di un minatore, ma deve essere trattato come una persona comune. Sono uno che va a fare la spesa. Certo, ci metto un po’ di più perché le persone mi fermano e mi chiedono “Ah fa la spesa pure lei?” e io rispondo “Certo, cosa mangio altrimenti?”. Mi chiedono se ho domestici ma non è così. Ho una casa, pago le bollette, vado in posta”.

Un altro spettacolo, rimanendo nell’ambito teatrale, che denota una certa sensibilità da parte sua è Matti da slegare. Cosa lo ha portato a scegliere di prendere parte allo show?

E’ una commedia norvegese che a me e a Covatta è piaciuta moltissimo. Ci piace lavorare insieme, siamo amici da 40 anni e abbiamo condiviso la stessa stanza durante i periodi della gavetta. Ce l’abbiamo fatta entrambi e ogni due o tre anni cerchiamo di fare qualcosa insieme. Questa commedia fa ridere ma fa anche pensare: è un passo in avanti. Siamo facili al sorriso, ma riusciamo anche a dire cose importanti”.

Per quanto riguarda la sua carriera, nel suo futuro pensa di tornare in tv o preferisce continuare a lavorare nell’ambito del teatro?

A me piacciono tutte le discipline di questo mestiere. Starò in teatro finché avrò la forza fisica di continuare. In teatro trovi una parte per te anche quando hai settant’anni. In televisione nasceranno nuovi talenti, nuovi personaggi. Credo che sarà meglio lasciare spazio a chi è più giovane”.

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