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Ergastolo ostativo, il mondo dei senza speranza: ecco le loro voci dal carcere

Muffa sugli angoli di una camera 5 per 5. Lame di luce entrano dalla finestrella davanti al letto singolo. Un tavolo ed una televisione. Quattro passi in cortile. E ricomincia. Dimenticati in qualche angolo della memoria ci sono l’amore per una vita, l’amore per un matrimonio, l’amore per una figlia. E’ negli spazi più angusti e tetri della terra che la voglia di vita germoglia come fiori su una distesa di cemento e si sposa con la morte. Questo è il carcere, queste sono le esperienze di quelle persone che mai riassaggeranno il sapore della libertà. Vite finite in venticinque metri quadrati. Vite da carcere ostativo. La pena di morte da vivi. Attingendo dalle parole di Carlo Musumeci, condannato all’ergastolo, riusciamo a spiegare meglio di cosa si tratta “Pochi sanno che i tipi di ergastolo sono due: quello normale, che manca di umanità, proporzionalità, legalità, eguaglianza ed educazione, ma ti lascia almeno uno spiraglio; poi c’è quello ostativo, che ti condanna a morte facendoti restare vivo, senza nessuna speranza”. La pena per l’ergastolo ostativo è perpetua, cioè a vita, con l’obbligo del lavoro ed isolamento notturno. Per superare la linea tra ostativo e normale c’è bisogno di diventare collaboratori di giustizia. Ma troppo spesso succede che i detenuti, per numerose ragioni, non ultima la paura, non accettino questo patto con lo Stato.

Da un po’ di tempo è stato creato un blog che raccoglie le voci di queste persone. Un blog dedicato ai carcerati a cui è stato data questa tipo di pena che non prevede la possibilità di aver benefici perché condannati per reati mafiosi o terroristici. Reati ignobili, ma da cui è impossibile avere una redenzione. Il nome del blog è Urla dal silenzio, sottotitolo “la speranza non può essere uccisa per sempre”. Negli scritti dei condannati troviamo la disperazione o la gioia, il pensiero o il nichilismo. Poesie e saggi, lettere o pensieri in libertà, ma in fondo un modo per evadere da quei venticinque metri quadrati. “Sono un galeotto rinchiuso nelle patrie galere da oltre 30 anni. Non si vede la fine di questo calvario iniziato quando ero un ragazzo. L’unica prospettiva che ci viene data è quella di aspettare la morte biologica”, questo è ciò che scrive il condannato De Feo al Presidente Mattarella. Ma tra i numerosi testi che possiamo trovare ci sono anche considerazioni profonde su altre tematiche: verità, speranza e giustizia, “l’ergastolo è una pena superiore alla vita di una persona – scrive Giovanni Zito, detenuto a Padova – Non si può scontare una pena così sproporzionata che va oltre la propria esistenza. Chi vive con una condanna del genere sa di morire in qualche angolo di un penitenziario. E’ una pena perpetua che scioglie ogni legame affettivo e familiare. Che uccide nel decorso del tempo ogni forma di speranza. E se non c’è speranza nella vita di una persona, che senso ha tenerla in vita per morire domani?”

Esistere non è un verbo semplice, contiene in sé le implicazioni più varie. Ma possiamo veramente affermare che queste persone esistono? Se da una parte il rigetto per alcuni tipi di reati è inevitabile e ci porta fino alla scelta della distruzione del prossimo, dall’altra le considerazioni sull’utilità di questo tipo di pena sono innumerevoli. La giustizia, o meglio la pena dovrebbe essere un percorso rigenerativo, in questo caso non lo è. La contraddizione salta comunque agli occhi al di là delle posizioni personali. Ma se accettiamo la possibilità del recupero bisogna considerare anche la speranza. Il recupero senza speranza è nulla, semplicemente una parola senza significato.

Quanto è utile l’ergastolo? Secondo alcune voci è un “lavarsene le mani”. Chiudere la porta del carcere e gettare la chiave è un fallimento della giustizia, ma in primis dello Stato. Uno Stato che si gira dall’altra parte piuttosto che lavorare anche per i margini della sua società. Quindi in sintesi un fallimento. Con queste parole non c’è nessun tentativo di giustificare o vittimizzare i condannati/colpevoli. L’errore, il reato, sussiste. Ma dimenticare di poter far meglio ci toglie la parte migliore di noi. Vi lasciamo così: un po’ in sospeso, presto torneremo sul tema, è una promessa.

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