in ,

Everest il film, Venezia 2015, recensione: annacquato e senza sfumature

Everest, di cui abbiamo ampiamente seguito il lancio, in quanto film fuori concorso scelto per aprire il Festival del Cinema di Venezia edizione numero 72,  non si è rivelato esattamente all’altezza delle aspettative. O, più semplicemente, paga lo scotto di essere un film chiaramente avulso dalla logica d’essai che determina la selezione delle pellicole degne del Lido. Questa lettura, in realtà, rischia di scivolare nel semplicistico.

Più guardavo Everest, più mi chiedevo quale potesse essere il target di questo film. Qualche anno fa un tentativo simile, ma riuscito meglio, è stato rappresentato dal film “La morte sospesa“, che raccontava in maniera lucida, scarna e con fedelissima ricostruzione, la vera storia di un alpinista caduto in un crepaccio e la sua lotta per la vita. Anche Everest si rifà ad una storia vera, accaduta nei recenti anni Novanta, che segue l’ultima spedizione sulla cima più ambita del mondo di un gruppo organizzato di viaggiatori estremi che sfidano i propri limiti affidandosi a dei professionisti pagati per accompagnarli ed assisterli. Ovviamente succede una tragedia. Il film, proprio perché ha la velleità di raccontare la realtà, pecca di ingenuità sotto quasi tutti i fronti.

I personaggi sono più simili a macchiette che a figure inquiete che sentono la necessità di lasciare la propria casa sicura per ammazzarsi di freddo, fame, fatica e sfidare l’Everest. Perché è chiaro che dietro a queste sfide semi mortali si nasconda un abisso umano da scandagliare; ma la sceneggiatura butta alle ortiche lo spunto psicologico a favore di un paio di frasi ad effetto che neppure il talento di Josh Brolin, perfettamente calato nei panni del texano a tratti semi onnipotente a tratti con la lacrima facile, riesce a rendere credibile. Poco incisivo anche il sempre bravo e carismatico Jake Gyllenhaal, il cui ruolo del tutto marginale – così come i ruoli delle altre star quali Robin Wright e Keira Knightley – sono più simili a compitini ben eseguiti.

Sullo sfondo, come un mantra, questa sorta di legge morale che ricorda che del destino dell’uomo che osi sfidarla – sia esso prudente o sprezzante – decide solo la montagna: ulteriore appiattimento del quale non si sentiva la necessità. Furba l’idea di aggiudicarsi un cast stellare a cui affidare ruoli secondari, con quei nomi ci si garantisce un’ottima visibilità.

Venezia Orizzonti, “Italian Gangsters”: la sobrietà di Renato De Maria e Sergio Romano mastica la gomma

Venezia 72 beasts of no nation

Venezia 72, “Beasts of No Nation”: il trailer del film di Cary Fukunaga