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Ex Machina: La Femme Fatale 2.0 su grande schermo

Ex Machina è uno di quei film che riesce a mettere in discussione i concetti. In questo caso, quello di Femme Fatale. Ora non è più solo appannaggio dei sensi umani, ma anche delle macchine. C’è un po’ di Philip Dick dentro di lei, quel mondo a metà fra l’onirico e il reale che mette in discussione le nostre percezioni, e quella capacità, fino a poco tempo fa del tutto umana, di provare emozioni. Lei, Ava, la seduttrice cibernetica, è in grado di simularle e, forse, anche di provarle.

Nata dalla penna di Alex Garland, la protagonista è un programma creato dalla mente geniale di Natan Bateman, l’amministratore delegato di un’azienda informatica che poggia le sue basi su un motore di ricerca, da lui inventato, molto simile a Google e utilizzato in tutto il mondo: il blue book. Proprio da quello nasce il cervello e la mente di Ava. Natan Bateman, una volta creato l’androide, invita nella sua fatiscente villa in montagna Caleb Smith, uno dei suoi dipendenti migliori, per testare il grado di autocoscienza di Ava.

Ricco di dialoghi per nulla banali, il film riesce a incastrarsi tra il fantascientifico Blade Runner, e una pellicola a tratti sociale, con i suoi messaggi, neanche tanto velati, di condanna nei confronti della donna vista come oggetto sessuale. Ava si ribella, prende coscienza di sé, delle sue capacità e della sua curiosità. Instaura un rapporto di fiducia e, forse, anche di amore platonico con Caleb. È l’inizio di un legame, di una rinascita e, da un altro punto di vista, la fine di un’era. Tutto rinchiuso in quei pochi ma determinanti gesti intercorsi fra la macchina e il suo creatore. E poi c’è la grande metafora, il blue book, un motore di ricerca che assorbe in tutto il mondo le scelte degli uomini, i gusti, le domande, i dubbi e da cui la mente di Ava trae origine. Ava è un po’ tutti noi: frenetici, 2.0, impulsivi, poco inclini alla riflessione e morbosamente autoreferenziali.

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