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Fabrizio Corona aggredito nel bosco della droga di Rogoredo: «Siamo stati derubati!»

Brutta avventura per Fabrizio Corona, il re dei paparazzi è stato pestato a Milano. L’aggressione è avvenuta nel boschetto della zona di Rogoredo in via Sant’Arialdo, la piazza di spaccio più grande del Nord Italia. Fabrizio Corona era arrivato con una troupe televisiva per girare uno speciale proprio sul traffico di droga nel capoluogo lombardo.

Fortunatamente nessun problema importante per l’agente fotografico dei vip, che si era recato nel bosco di Rogoredo con alcuni collaboratori muniti di telecamera nascosta. L’obiettivo era, infatti, quello di girare un servizio destinato alla televisione. Forse, l’ennesima trovata di Fabrizio Corona. Purtroppo per lui, le cose non sono andate secondo i piani: qualcuno lo ha riconosciuto e ha fatto scattare immediatamente l’allarme, così diversi uomini hanno raggiunto il re degli eccessi e il suo staff. Fabrizio Corona e la sua troupe sono stati picchiati e derubati. «Siamo stati pestati con le mani e con i bastoni – ha raccontato uno dei collaboratori di Fabrizio Corona, Luca Cerchioni – Siamo stati derubati. Corona non ha più i documenti e il cellulare, io non ho più i documenti!». Il pestaggio sarebbe avvenuto intorno alle 22,30 di ieri sera.

«Stanno uccidendo Corona, lo stanno uccidendo!», queste le urla che avrebbero attirato una pattuglia dei carabinieri che percorreva via Sant’Arialdo, a una cinquantina di metri dalla stazione ferroviaria dell’Alta velocità. All’altezza del cavalcavia Pontinia c’erano delle Land Rover parcheggiate e circondate da tossici che avevano già insospettito i carabinieri, i quali avevano pensato ad un ennesimo tentativo di rapina, in realtà quei tossici erano lì in attesa che arrivasse qualcuno cui chiedere aiuto. Quel gruppetto voleva segnalare che Fabrizio Corona era stato preso d’assalto dai pusher.

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Soccorso, il re dei fotografi, ha poi raccontato la disavventura sul suo profilo Instagram: «Stasera mi sono recato al Bosco di Rogoredo, patria nazionale dello spaccio italiano, dove anche la polizia si rifiuta di entrare. Mentre le uniche inchieste realizzate sono state fatte di giorno da giornalisti accompagnati da polizia di scorta a circondare la zona, io mi sono recato lì solo con un operatore e un fonico per raccontare il parallelismo della mia tossicodipendenza e quella che colpisce l’Italia e la povera gente che vede uno stato inerme e una polizia disinteressata. Tutto questo solo per raccontare in maniera oggettiva, come ho sempre fatto, la realtà. Ora, in questo momento ringrazio Dio per aver protetto mio figlio Carlos Maria!».

 

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