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Facebook e le foto delle vacanze: come quando ti invitavano a vedere le diapositive del mare

Umberto Eco ha sintetizzato meglio di quanto la sottoscritta potrà mai fare le devastazioni all’onore che Facebook produce. Perché in fondo, se ci pensiamo, non è che Facebook abbia il potere di modificare l’impianto psicologico di una persona, semplicemente la sua implicita e tentacolare capillarità espande in modalità idealmente infinita la scemenza umana. Prendiamo il fenomeno delle vacanze, il mondo si divide in due categorie di persone: quelle che vanno in vacanza e stanno bene e quelle che vanno in vacanza per poi mostrare quanto siano stati bene. Non importa se tu e la tua compagnia di amici durante l’anno, al circolino, parete usciti da Trainspotting, quel che conta è che durante le vacanze i filtri Instagram riescano – per un solo secondo, contro sole e con la corretta angolazione – a farvi sembrare i ragazzi della compagnia delle Indie. Non fa nulla se la vostra ragazza solitamente ricorda vagamente Rui Costa, ciò che conta è che siate riusciti a immortalarla di schiena, spiaggiata sul bagnasciuga, con i capelli davanti alle zone critiche del volto e che in quel momento divino paia scopabile. E’ lì che dovete taggare.

E qui il povero Zuckerberg non c’entra. All’inizio degli anni Novanta, per esempio, le diapositive erano un vero e proprio paradiso compensativo; si invitavano gli amici a casa e si proiettavano le foto del mare. Ovviamente mica tutti lo facevano, c’era chi aveva bisogno di questo tipo di conferme e chi era più meno risolto e non necessitava di tediare il prossimo con le foto della Saretta che mette i braccioli o che mangia il gelato a Gatteo Mare. Oggi è semplicemente cambiato il medium ma l’atavica necessità di mostrare – in modo del tutto inelegante – quanto noi ci stiamo divertendo, le nostre possibilità economiche che si riflettono nelle cornici immortalate del locale di turno (fa niente se poi mi compro lo smartphone a rate) e quanto siamo dei vincenti, resta invariata. Poi, la sera in cui ci roviniamo e prendiamo l’astice alla griglia, non paghi proponiamo la taggata universale, ma con finta nonchalance.

E se non sei in barca sull’Argentario a fare i nodi margherita o in Costa Azzurra a emulare il Gigi Rizzi dei tempi d’oro che fai? Aspetti di andare in gita, in giornata, a Bellagio o in altre località considerate chic negli anni Ottanta, e metti un tampone alla tua emorragia emotiva di conferme postando una foto di un cocktail fruttato, che ha sempre un sottinteso di benessere, forse per via dei suoi colori sani. Antropologicamente Facebook è una figata pazzesca; permette davvero di cogliere così tante sfumature della natura umana. Per questo motivo sono tantissimi ormai i ricercatori e gli psichiatri che se ne servono per le proprie indagini con grande successo. Adesso scusate ma mi si è asciugato lo smalto sui piedi e prima che si rovini (con quello che costa il semi permanente) devo postare la foto delle mie estremità fresche di pedicure.

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