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Cosa c’è dietro al fallimento della Banca Popolare di Bari

“La Banca d’Italia, con decisione del 13 dicembre 2019 ha disposto lo scioglimento degli Organi con funzioni di amministrazione e controllo della Banca Popolare di Bari, con sede legale in Bari, e la sottoposizione della stessa alla procedura di amministrazione straordinaria, ai sensi degli articoli 70 e 98 del Testo Unico Bancario, in ragione delle perdite patrimoniali”. Una nota laconica sul sito ufficiale della Banca Popolare di Bari nasconde un’intricata vicenda fatta di investimenti sbagliati, manovre al limite della legalità se non fraudolente e di mancati o inadeguati controlli. Il fallimento della Banca Popolare di Bari, ultima spina nel fianco del governo Conte bis, è frutto di una serie concatenata di eventi sui cui, più che la politica, sarà la Magistratura a fare luce. Operazione finanziarie spericolate e compiacenti, “salvataggi” imposti e controlli a dir poco “leggeri” da parte di Bankitalia. Così è finita nel baratro la Popolare di Bari, che con la concomitante chiusura della ex Ilva, sta per mandare in ginocchio un’intera regione. La Puglia, la “Lombardia” del Sud, ancora una volta si scopre terra di malaffare. Ma questa volta le responsabilità non sono della criminalità organizzata.

Da dove arriva il fallimento della Popolare di Bari

Il fallimento della Banca Popolare di Bari arriva a seguito di una storia recente fatta di investimenti a rischio ed operazioni sospette. Il colpo di grazia è arrivato a fine settembre, con il fallimento del gruppo barese Fusillo, attivo nel settore edilizia e turismo. Il 25 settembre scorso, infatti, la quarta sezione civile del Tribunale di Bari, ha dichiarato il fallimento delle società Maiora Group Spa e Fimco Spa del Gruppo Fusillo di Noci (Bari), per debiti complessivi superiori ai 200 milioni di euro. Tra i principali creditori del gruppo figura proprio la Banca Popolare di Bari. Dietro al fallimento del gruppo Fusillo, richiesto oltre che dai creditori (ma non la Popolare di Bari) anche dalla Procura di Bari, ci sarebbero i comportamenti fraudolenti dei soci. Secondo la Guardia di Finanza, che ipotizza la bancarotta fraudolenta, gli imprenditori avrebbero distratto e dissipato cespiti immobiliari, complessi aziendali e partecipazioni societarie relative a strutture turistiche di Monopoli e Polignano, in favore di altre società a loro legate. Durante l’inchiesta, nel luglio 2019, sono state eseguite perquisizioni negli uffici delle società e anche nella sede della direzione generale della Banca Popolare di Bari.

Marco Jacobini Banca Popolare di Bari

La Banca Popolare di Bari, istituto di credito fondato nel 1960 e con una capitalizzazione crollata in pochi anni da 1,2 miliardi a 380 milioni di euro, è controllata dalla famiglia Jacobini. Presidente dell’istituto è Marco Jacobini. Nell’ultimo decennio la banca ha cercato di far fronte alla crisi aumentando considerevolmente il numero dei soci, passati da 34mila a oltre 69mila (dati gennaio 2019) Proprio a luglio, mentre la Guardia di Finanza perquisiva gli uffici della direzione della banca nell’ambito dell’inchiesta sul Gruppo Fusillo, Bankitalia inviava i suoi ispettori a Bari. Sullo sfondo, il progetto di far nascere una grande banca del Sud. Nell’estate scorsa, alla vigilia della crisi che avrebbe dato vita al Conte bis, la maggioranza Lega-M5S aveva approvato un emendamento al decreto Crescita che prevedeva incentivi fiscali per le aggregazioni di imprese e banche al Mezzogiorno, “scritto apposta” per la Popolare di Bari insomma. Di qui, poi, le pressioni dei vertici di Palazzo Koch per un cambio della governance dell’istituto. La proprietà, nell’ottica dell’ambizioso progetto di espansione, secondo Bankitalia non poteva rimanere nelle mani di una sola famiglia. Ma Bankitalia, mentre premeva per il cambio di assetto societario della banca, non “vedeva” (o non voleva vedere…) il precipizio sull’orlo del quale l’istituto pugliese era da tempo. 

I crediti deteriorati di PopBari: una voragine da 2 miliardi

Eppure l’ultimo bilancio, quello del 2018, con perdite per oltre 400 milioni di euro, parlava chiaro. E se non fosse bastato l’ultimo bilancio, avrebbero dovuto destare preoccupazione gli altri guai noti della banca. Prima di tutte la fallimentare acquisizione della Banca Tercas, al centro di una procedura Ue per “aiuto di Stato” (un affare da 500 milioni di euro). Operazione, questa, fortemente voluta dai vertici di Bankitalia. E poi un’altra inchiesta della Procura di Bari, questa volta a carico proprio dei vertici della Popolare di Bari, sulla svalutazione dei titoli azionari. I magistrati ipotizzavano il reato di truffa per funzionari e vertici dell’istituto, a partire dal presidente Jacobini e dall’amministratore delegato Vincenzo De Bustis. Dall’analisi dei bilanci della banca, però, emerge il vero “bubbone”, quello che ha decretato la morte dell’istituto. La Banca Popolare di Bari ha in pancia 2 miliardi di crediti deteriorati. Una voragine creata concedendo prestiti facili “agli amici degli amici”, con un meccanismo ben conosciuto, lo stesso che ha portato al fallimento del Monte dei Paschi e delle Popolari venete, e al dissesto della Carige. E’ proprio la pioggia di svalutazioni sui crediti malati che ha l’effetto di creare i buchi sui conti. Il Cet 1, il parametro che misura la salute della banca, è sceso al 6% dopo la maxi-perdita da oltre 400 milioni registrata nel bilancio 2018. Il parametro non rispetta più i criteri della vigilanza, che in questi anni non si è accorta di nulla… Ora per evitare il crac e non lasciare 69mila azionisti sul lastrico serve una maxi iniezione di liquidità. In altre parole, solo un salvataggio pubblico al pari di quello fatto per Monte dei Paschi e Carige.

Banca Popolare di Bari

Bankitalia e le fette di salame sugli occhi

In queste ore Luigi Di Maio chiede a gran voce l’istituzione della commissione d’inchiesta sulle banche. Un cavallo di battaglia di tutto il Movimento 5 Stelle e in particolare di Gianluigi Paragone, su molti altri temi “dissidente” con la leadership ma primo promotore della commissione banche per la quale è stato indicato a suo tempo come presidente “in pectore”.

Ma il punto è un altro. Più che sulle banche, l’istituenda commissione dovrebbe invece indagare su “la Banca” con la B maiuscola, Bankitalia. Sì, è a Bankitalia che spetta l’attività ispettiva sugli istituti di credito, attività che considerati gli scandali degli ultimi anni, è stata a dir poco fallimentare. Abbiamo usato un aggettivo neutro, che nel caso della Popolare di Bari, però, risulta inadeguato. Come è possibile che l’attività ispettiva su una banca, candidata a diventare la “banca del Sud” e tra i maggiori istituti di credito italiani, sia stata condotta con le fette di salame sugli occhi? Non c’è davvero nulla di sospetto in tutto questo? Come è possibile che Bankitalia non si sia accorta dell’escalation di crediti deteriorati dell’Istituto. Chi era a capo del pool di ispettori di Bankitalia che a luglio 2019 ha messo sotto la lente i conti della banca?

E’ la stessa domanda che in queste ore si stanno facendo tutti. Scrive lunedì 16 dicembre 2019 il quotidiano La Repubblica: “E’ un fatto che i vertici della Popolare (di Bari, ndr) abbiano sistematicamente ostacolato il lavoro ispettivo di Palazzo Koch. Ed è un fatto che, ciononostante, la Banca centrale avesse per tempo perfettamente compreso che qualcosa di molto serio non funzionasse nel più grande istituto di credito del Mezzogiorno. Perché dunque nulla è accaduto fino a venerdì scorso, quando è stato disposto il commissariamento?”. Già, perché nulla è accaduto? 

Le ispezioni di Bankitalia

Si legge a pagina 87 del bilancio 2018 della Popolare di Bari: “Un ringraziamento particolare, per la loro costante disponibilità e l’attenzione nei confronti della Banca va al dott. Lanfranco Suardo, al dott. Roberto Caramanica, alla dott.ssa Emanuela Salvi, alla dott.ssa Eleonora Sucato e al dott. Ignazio Avella, anche nel 2018 nostri più diretti referenti all’interno del Servizio Supervisione Gruppi Bancari.”

Viene spontaneo chiedersi se il “ringraziamento” al team di ispezione di Bankitalia è per aver chiuso non uno ma due occhi sulla situazione drammatica dell’istituto e per non aver chiesto ai vertici di Palazzo Koch l’immediato commissariamento dell’istituto, viste le risultanze fallimentari del bilancio 2018. Nel team di Bankitalia che tiene i rapporti con la Popolare di Bari emerge in particolare il nome di Lanfranco Suardo. Classe ‘61, una lunga carriera nella banca centrale (è in organico dal 1990), Suardo ha tenuto i rapporti con la dirigenza di PopBari, nel suo ruolo di capo del servizio di supervisione bancaria 1. Ruolo che ha abbandonato nemmeno un mese fa, il 18 novembre scorso, per assumere quello di capo del servizio di supervisione bancaria 2. Una promozione, insomma, proprio poco prima che scoppiasse il bubbone della Popolare di Bari.

Ma Suardo, nel suo ruolo di capo del servizio di supervisione bancaria, è entrato anche nella vicenda che ha visto la Corte di Giustizia europea aprire una procedura sulla riforma delle banche popolari italiane. E’ la vicenda per cui PopBari ha poi subito il colpo per l’affare Tercas. Siamo a febbraio 2019 e Bankitalia rassicura Assopopolari, l’associazione delle Banche popolari di cui anche PopBari fa parte. “Banca d’Italia vede favorevolmente le banche popolari e le esorta a lanciare iniziative che mettano in sicurezza gli istituti cooperativi che ne hanno bisogno”, scriveva il 7 febbraio 2019 Radiocor: “La raccomandazione è arrivata direttamente da Carmelo Barbagallo, Capo del Dipartimento Vigilanza Bancaria e Finanziaria di Via Nazionale, che nella riunione operativa con Assopopolari a porte chiuse ha lanciato questo messaggio. La riunione è stata funzionale a esplorare strade per fornire una sorta di paracadute agli istituti cooperativi che si trovano in difficoltà”.

Paracadute che, come abbiamo visto, si è rivelato pieno di buchi. Chi c’era alla riunione Assopopolari-Bankitalia? Presenti per Bankitalia Barbagallo, Lanfranco Suardo e Giovan Battista Sala. Al centro l’ipotesi di adottare un sistema di tutela istituzionale uno strumento per mettere in sicurezza gli anelli più fragili della categoria. Si tratta di patti di reciproca garanzia “personalizzabili” che possono riunire due o più banche in base a obiettivi ed esigenze comuni. Ecco, di nuovo, il progetto della “grande banca del Sud”, quella PopBari oggi franata sotto una montagna di crediti deteriorati.

La sequenza di eventi che ha portato al “Crac”

Scrive ancora il quotidiano romano nell’articolo a firma di Carlo Bonini e Giuliano Foschini: “Repubblica ha avuto accesso agli atti ispettivi di Bankitalia, al carteggio con la Popolare ed alle relazioni della Consob. E la sequenza di eventi che se ne ricava è questa […]”.

  • 8 ottobre 2010, prima ispezione di Bankitalia: Palazzo Koch blocca ogni iniziativa di espansione futura dell’Istituto. L’iniziativa di crescita secondo la Banca centrale non è sostenuta dai fondamentali di bilancio.
  • Primavera 2013, seconda ispezione. La situazione peggiora e Bankitalia censura censura il modello di erogazione dei crediti ai clienti di PopBari, tra cui spicca il gruppo Fusillo (già, quello finito sotto inchiesta per bancarotta fraudolenta a settembre 2019).
  • 9 settembre 2013, terza ispezione. Gli ispettori di Bankitalia evidenziano quattro anomalie: la crescita eccessiva degli emolumenti per il Cda di PopBari; l’assenza di un ruolo decisivo dei comitati con responsabilità in tema di governance (in pratica, mani libera al Cda della banca…); la non immediata sostituzione di Marco Jacobini nel ruolo di Amministratore delegato dopo la nomina a presidente del Cda; l’assenza di un adeguato sistema di controlli interni.

E quali provvedimenti sanzionatori assume la vigilanza di Bankitalia in seguito a queste relazioni? Nessuno, anzi, revoca il provvedimento di blocco dell’espansione assunto nel 2010. Negli atti acquisiti dalla Guardia di Finanza nell’ambito dell’inchiesta aperta dalla Procura di Bari c’è traccia di questa decisione, nel verbale del Cda di PopBari del 17 ottobre 2013. Si legge infatti: “La vigilanza di Bankitalia ci ha sollecitato ad intervenire nell’operazione di salvataggio di Banca Tercas”, l’istituto di credito di Teramo sull’orlo del crac, con un’esposizione di 480 milioni verso Bankitalia, il finanziamento erogato nell’ambito di un primo tentativo di salvataggio non riuscito. Come dicevamo all’inizio di questo articolo, solo la Magistratura potrà dare risposte certe sulle responsabilità del fallimento di PopBari, ma certo l’acquisizione di Tercas è nodo centrale. E abbiamo visto come la vigilanza di Bankitalia abbia prima revocato il blocco dell’espansione e poi “invitato” PopBari a intervenire nel salvataggio di Tercas. Questo dicono di documenti del Cda dell’Istituto barese, che a questo punto devono trovare conferma in quelli di Palazzo Koch. Non ci resta che attendere gli sviluppi dell’inchiesta della Procura di Bari. (articolo aggiornato il 16.12.2019, ore 10:45)

Written by Andrea Monaci

48 anni, fondatore e direttore editoriale di Urbanpost.it, ha iniziato la sua carriera con la cronaca locale, ma negli ultimi 20 anni si è occupato principalmente di lavoro, criminalità organizzata e politica. Ha scritto tra gli altri per il "Lavoro e Carriere" e "Il Secolo XIX". Quando non lavora le sue passioni sono la musica rock, i cani, le vecchie auto e la buona cucina.

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