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Fashion Week e Femminismo: stiamo ancora parlando di emancipazione?

Cosa significa oggi “femminismo”? Questo è il grande grattacapo che fa da sfondo alla riflessione sulla sfilata di moda femminista che si è tenuta a New York ad opera di Prabal Gurung. In questa occasione si sono potute ammirare diverse modelle orgogliose di infilarsi alcune t-shirt con scritte come “Il futuro è femminile” e “Dovremmo essere tutti femministi” oppure “I’m a feminist“. Non solo in America però, a Milano, la sfilata Missoni 2017 ha portato alla settimana della moda il femminismo. Le modelle, infatti, indossavano il pussyhat, un cappellino rosa lavorato a maglia. Si tratta di una derivazione del Pussyhat Project, un’idea a cui hanno lavorato due donne, la sceneggiatrice Krista Suh e l’architetto Jayna Zweiman, a partire da novembre, subito dopo i risultati delle elezioni che hanno visto trionfare Donald Trump. Il progetto prevede di fare del cappellino rosa un nuovo simbolo dei diritti femminili partendo proprio dalla passerella, in seguito al suo utilizzo nella marcia di Washington DC del 21 gennaio.

Davanti a tutte queste manifestazioni femministe legate al mondo della moda può sorgere un quesito che ne sottende molti altri: come è cambiato il concetto di femminismo? Pare infatti che la nostra epoca del “pop” abbia travolto anche questo movimento e che oltre alla pop-sophia, al pop-design, al pop-art sia nato anche il pop-femminismo. Si tratta di un movimento che sembra avere oggi poco o nulla a che spartire con quanto si caratterizzava per la sua linea improntata alla dignità della persona nel corso delle proteste di Mary Wollstonecraft o delle suffragette: il femminismo è mutato nella sua forma e l’esempio più lampante sono le cosiddette femen. Si tratta del movimento femminista di protesta fondato da Anna Vasil’evna Gucol e nato a Kiev nel 2008, il quale si caratterizzava per il fatto di mostrare i corpi nudi delle donne durante la protesta e che mette in campo un paradosso fondamentale: fino a che punto utilizzare il proprio corpo come strumento è ancora rispettoso per la donna in quanto tale?

L’aspetto pop del femminismo si manifesta proprio in situazioni come la sfilata di Prabal Gurung o della Missoni, per non parlare della collezione autunno/inverno 2017-2018 di Prada, di Maria Grazia Chiuri per Dior e degli squadroni di fashion designer in occasione delle sfilate newyorkesi. Oggi il femminismo è diventato più personalizzato e personalizzabile, ragion per cui ciascuna donna dovrebbe avere il diritto di realizzare la propria vita come meglio crede e che anche queste sfilate ne possono essere un esempio. Tuttavia, questo Choice Feminism sembra presentare un conto decisamente salato con l’andare del tempo, la perdita stessa del significato originario di lotta e diritti con cui è nato il femminismo. Chi sono queste modelle che mostrano fiere queste magliette? Sono donne che si battono per l’emancipazione femminile? Oppure ci troviamo di fronte all’ennesimo caso in cui i simboli di una controcultura o di una subcultura vengono collocati in una cornice che è esattamente l’opposto di quanto si intende comunicare (alla stregua delle Clarks, ora tornate in voga, ma che negli anni a cavallo tra i Sessanta e i Settanta indicavano una presa di posizione forte accanto all’eskimo). Il pop-femminismo, insomma, sembra sostenere la tesi per cui “l’importante è che se ne parli” e, se le passerelle sono in fin dei conti un luogo ideale per mandare messaggi al mondo, poco importa se i temi del femminismo sono ben lontani dagli ambienti delle fashion week. Così, la protesta nata da una Little Knittery nel villaggio di Atwater Village in LA diventa un movimento globale, un fenomeno da passerella, sponsorizzato perfino da Miley Cyrus, ma stiamo ancora parlando di femminismo?

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