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Federico Buffa e le Olimpiadi del ’36, vi racconto lo sport a teatro: intervista esclusiva

Le luci si spengono, una voce inconfondibile racconta una storia, una storia di sport che prende quasi vita di fronte ai nostri occhi per il modo in cui viene narrata. In piedi davanti a tutti c’è Federico Buffa, manco a dirlo; questa volta il suo racconto ci ha portato indietro fino alle Olimpiadi del 1936 a Berlino ma non più attraverso uno schermo, bensì sul palco dei teatri di tutta Italia. Abbiamo raggiunto Federico Buffa per capire i motivi di questa scelta ma soprattutto per capire come lo sport possa prendere vita anche in un luogo diverso dal solito.

 

Prima domanda, non poteva essere altrimenti, perché il teatro?

Perché mi sono appassionato da piccolo, nella Milano degli anni ’60 quando c’era la possibilità dei cosiddetti “ingressi”. Mio padre mi portava a teatro, stavamo sul fondo della sala e mi diceva di stare attento e di ascoltare tutto anche se non ci capivo molto. A 18 anni ho avuto un’idea in mente, un giorno avrei voluto recitare in uno spettacolo. Poi mi hanno contattato per questo progetto e non ho potuto dire di no…

Televisione e teatro, due ambienti agli antipodi. 

C’è una differenza abissale.Il fruscio del sipario che si apre…tutto è più bello. In tv c’è una sorta di paracadute, di rete. A teatro invece sei esposto ai tuoi limiti ma c’è anche il rovescio della medaglia: il pubblico sente il tuo respiro, le tue emozioni ma tu puoi sentire le loro. Ti accorgi se ti ascoltano, se sono coinvolti. A volte gli spettacoli sono durati di più proprio perché avevamo di fronte un pubblico dinamico, che interagiva.

Un pubblico anche molto giovane. 

In sala spesso ci sono ragazzi, non sono sicuro che sarebbero stati li in altre occasioni. 

Il modo in cui narrava però ha sempre avuto qualcosa di “teatrale”. Conseguenza naturale della sua carriera?

In realtà i miei coach hanno detto che quel che ho fatto in tv è stato un “danno” dal punto di vista teatrale. Il teatro è molto diverso anche se esiste una narrazione. 

Le Olimpiadi di Berlino 1936. Perché proprio questo evento?

Credo che nella storia del ventesimo secolo rappresentino una sorta di spartiacque. Da quel momento lo sport ha smesso di essere ciò che era prima, diventa un veicolo di propaganda, anche uno strumento politico. Hitler era inizialmente restio a dover organizzare le Olimpiadi, fu il ministro della propaganda Joseph Goebbels a convincerlo. Si intravede per la prima volta l’importanza che può avere lo sport, un mezzo potentissimo.

Forte valore simbolico dunque.

Molto simbolico, durante lo spettacolo si narrano le vicende di due vincitori appartenenti a minoranze emarginate: Jesse Owens, che vinse ben 4 ori e il coreano Kee Chung Sohn che trionfò nella maratona. Il presidente Roosevelt nemmeno si congratulò con Owens dopo i successi mentre il secondo partecipò alle Olimpiadi con un altro nome, gareggiando per il Giappone che in quegli anni aveva invaso la Corea. Le vittorie di entrambi vanno al di là dello sport, c’erano valori ben più importanti in gioco. 

Tra i vincitori ci fu anche un’italiana. 

Si Trebisonda Valla, viene citata alla fine. Anche per lei si trattò di una prima volta e anche in questo caso era un simbolo, icona delle vigorose donne fasciste.

Tirando le somme, cosa le ha dato e cosa le sta dando questa esperienza?

E’ stato difficile all’inizio entrare in questa realtà, sono stato “giustamente” maltrattato. Mi devo impegnare ad essere un attore. Imparo giorno dopo giorno e non vorrei mai smettere di provare anche quando gli attori giustamente vorrebbero andar via. 

 

 

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