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Femminicidio: la legge non basta, diffondiamo la cultura della non violenza

Solamente cinque mesi fa il ministro dell’Interno, Angelino Alfano, annunciava che nel primo bimestre del 2014 erano diminuiti gli omicidi, ma non i femminicidi, seppure per questi ultimi la tendenza era anch’essa di una diminuzione. Gli ultimi femminicidi di quest’estate orribile, purtroppo, smentiscono la previsione di un calo degli omicidi di genere, infatti nelle ultime settimane si è dovuto registrare un’impennata di fatti di sangue, consumati tra le mura domestiche. Le donne continuano a morire a decine, a centinaia, sotto i colpi efferati di mariti, padri, ex fidanzati e pretendenti, autori di fatti così cruenti che sembrerebbero usciti dalla penna di uno scrittore di racconti horror.

femminicidio la legge non basta ad arginarlo

Invece, parliamo di realtà: ad Ancona un padre ha ucciso la figlioletta di 18 mesi, accoltellandola al cuore, in un paese alle pendici dell’Etna, un altro padre, ha ucciso nel sonno la figlia di neanche dodici anni, cercando di uccidere anche la sorella maggiore e bloccato dai due figli maschi ha tentato il suicidio. Solo dopo poche ore, a Roma, un’altra donna vittima dell’efferatezza atavica di un uomo è stata decapitata con un machete. L’assassino sorpreso dalla polizia ancora accanto al cadavere si è scagliato contro gli agenti che lo hanno ucciso. A Lamezia Terme un marito ha colpito al petto la moglie per poi scappare facendo perdere le sue tracce. Ancora, a Nuoro un uomo ha sparato alla moglie con un fucile e poi con la stessa arma si è suicidato.

Un’estate di sangue che ci presenta il conto di una società malata, in cui il femminicidio è diventato un’emergenza sociale. Dall’inizio dell’anno sono state uccise 156 donne. Le parole più utilizzate per descrivere tali efferatezze sono: raptus o follia omicida, derubricando e forse manipolando la descrizione di una società certamente emancipata, ma sempre più imbarbarita. La recente legge sul femminicidio che inasprisce le pene per chi si macchia di questo crimine, dimostra di essere inefficace. Forse che gli stereotipi radicati nelle pieghe della nostra società dovrebbero essere combattuti con altre armi, avendo ben presente che siamo davanti ad un problema così devastante che non può più essere sottovalutato? La violenza di genere potrebbe essere combattuta con un’educazione di genere, da quando i bambini iniziano il loro percorso a scuola. Investire in una cultura della non violenza, insegnando una serie di regole comportamentali, di linguaggio, di comunicazione che accrescano la consapevolezza dei propri gesti. La politica sembra inconsapevole della drammaticità dell’impoverimento culturale, testimoniato indiscutibilmente da fatti così insopportabili che accadono accanto a noi e talvolta anche nelle nostre case. L’informazione cominci a denunciare con forza ciò che troppo spesso le istituzioni dimenticano di fare.

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