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Femminicidio, risarcimenti alle famiglie: quanto vale la vita di una donna?

Quasi tutti i giorni la cronaca ci racconta storie di donne uccise per i più svariati motivi, tra cui molto spesso quello della gelosia, da ex, amici o addirittura familiari. Il femminicidio, negli ultimi tempi, è diventato una delle più gravi esigenze sociali in Italia. I dati Istat sul numero di vittime di omicidio volontario arrivano fino al 2017, quando le donne assassinate sono state 115. Un numero davvero molto alto. Dopo che una donna è stata tolta all’affetto dei suoi cari, cosa resta alla famiglia oltre i ricordi? Quanto vale la loro vita? A questa domanda ha risposto l’avvocato Stefania Iasonna in un’intervista al Messaggero. 

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Femminicidio: la vita di una donna vale circa 7000 euro

Stefania Iasonna è l’avvocato della madre di Sara Di Pietrantonio, la ragazza uccisa il 29 maggio 2016 dall’ex compagno Vincenzo Paduano, condannato all’ergastolo per i reati di omicidio e stalking. Durante un’intervista al Messaggero l’avvocato parlando del risarcimento alla famiglia ha detto: «La sentenza può dirsi definitiva, ma il risarcimento, 450mila euro di provvisionale, già sappiamo che nessuno lo pagherà. Una direttiva Ue impone l’istituzione di un sistema nazionale per indennizzare le vittime di reati violenti che non possono recuperare il loro credito, ma l’ammontare riconosciuto dalla norma nazionale per le vittime si traduce in cifre ridicole: 7.200 euro per l’omicidio, 4.800 euro per la violenza sessuale». 

È facile ottenere il risarcimento?

La procedura per accedere ai risarcimenti in caso di femminicidio non è affatto facile. Il percorso burocratico è molto lungo. Su questo argomento l’avvocato Paolo Carnevali, come riportato dal Messaggero, ha dichiarato: «Adire la legge 122 del 2016? Io lo sconsiglio, l’iter è troppo lungo e oneroso. Per prendere cosa? 7.200 euro? Se non si è ammessi al gratuito patrocinio si devono richiedere a pagamento le copie conformi di tre sentenze definitive (primo grado, appello e Cassazione) tentare sempre a pagamento l’esecuzione civile contro il condannato e solo allora l’istanza per la richiesta dell’indennizzo». Deborah Riccelli, presidente dell’associazione “Oltreilsilenzio”, ha aggiunto: «Lo Stato si occupa degli assassini, del loro recupero, le vittime non hanno tutela, al processo la parte civile è come un peso e non ottiene quasi mai risarcimenti. Le posso dire che su 20 casi di femminicidio di cui mi sono occupata, solo 3 hanno ottenuto i danni, per gli altri nulla». 

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