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Francofonia di Aleksandr Sokurov, Venezia 72: recensione

Francofonia, film di Aleksandr Sokurov (Leone d’Oro per Faust nel 2011) in concorso alla 72. Mostra del Cinema di Venezia, con Louis-Do de Lencquesaing, Vincent Nemeth, Johanna Korthals Altes, Benjamin Utzerath, è un’ouverture che apre, non un’opera lirica, ma la danza di una zattera trasportatrice di quadri tra la Germania e la Francia (nel Romanticismo di Théodore Géricault, “La zattera della Medusa”).

Sokurov inizia con una voce narrante (che porta avanti per tutta la durata del film), due sfondi statici, il bianco e il nero, che si aprono ad un excursus di pochi dialoghi, esclamazioni ermetiche quanto ridondanti ed incisive, dal “Libertè, egalitè, fraternitè” al “Sono io!” di Napoleone, vissuti come un mantra tra individualità e senso comune. È l’immagine del potere che si unisce per salvare l’arte e custodirla, tra le stanze del Louvre, passando per l’emblematico sorriso di una Gioconda sempre presente, ad un Ermitage storico e scosso, fino al mare che accompagna le opere visto al computer in una realtà distante quanto vicina.

Francofonia è anche l’oggi, in un avviso di cinema che sembra dichiarare: “Noi abbiamo salvato tanto, e voi ora che cosa fate? Distruggete“, e l’arte Assira che spunta, quando l’Isis ha saputo abbattere e demolire senza lasciare respiro.

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