in

Gabriel García Márquez e il legame atavico con i Caraibi (video)

Il cordoglio unanime per il grande scrittore colombiano, oltre a mettere in luce le sue peculiarità giornalistiche e narrative, ha riportato alla luce l’affezione dell’uomo per la sua terra, per la sua gente e per il legame inscindibile tra un popolo e la sua causa. L’America Latina tutta perde con “Gabo” un punto di riferimento culturale, un uomo che ha generato il riconoscimento anche di chi, pur non avendo mai letto una riga delle sue creazioni, vedeva il lui l’orgoglio ritrovato di un continente eternamente sulla soglia, teso tra il dare il passo in avanti e il riparare sciaguratamente nella perpetuazione di un immobilismo spesso reazionario. García Márquez era estremamente consapevole di quanto fosse forte l’attrazione con il suo mondo e di come i numerosi bagni di folla in cui si trasformava ogni sua uscita pubblica rappresentassero il ringraziamento che la gente rendeva a quel “colombiano errante e nostalgico” che nel dicembre del 1982, in occasione della consegna del premio Nobel per la letteratura, ruppe il cerimoniale presentandosi vestito con un liquiliqui bianco, un abito tradizionale usato anche da suo nonno nell’esercito.

Il volto di Gabo in un murale

Il vero omaggio a quel continente, però, lo tributò con la sua voce, pronunciando un discorso molto poco letterario e imperniato sulle vicissitudini storiche e sociali di un popolo che “ha dovuto chiedere ben poco all’immaginazione” poiché immerso per natura in una “realtà smisurata”. L’invettiva apparve chiara in quell’occasione e a distanza di più di trent’anni risuona ancora attuale: “interpretare la nostra realtà con schemi che non ci appartengono contribuisce solamente a renderci sempre meno conosciuti, sempre meno liberi, sempre più isolati. Forse la venerabile Europa sarebbe più comprensiva se tentasse di vederci alla luce del proprio passato”. García Márquez, dunque, rappresentò in sé quel tentativo di rivalsa, una nuova opportunità per quei popoli condannati a “cent’anni di solitudine”, marginalizzati sin dalla loro prima comparsa sulla scena della storia del mondo e la sua letteratura non poté che assorbirne il riflesso. In un’intervista (video), infatti, appare tangibile questo vitale senso di appartenenza più volte espresso dall’autore colombiano.

Durante la stesura de “L’autunno del patriarca” (1975), racconta di aver avuto un blocco totale. All’epoca viveva a Barcellona, dove aveva trascorso già alcuni anni. Pensò che nella sua memoria si stessero per aprire alcune falle (“stavo dimenticando le cose, il modo di essere delle persone, il colore della luce”) e decise di fare un viaggio per le isole dei Caraibi. Al ritorno in Spagna riprese il suo lavoro di buona lena, consapevole di essere sempre lo stesso e, nonostante le numerose peregrinazioni per il mondo, di non aver mai abbandonato le sue origini: “quando volo da Parigi a Cartagena o da Madrid a Cartagena, mi rendo conto di come nel momento in cui scendo dall’aereo tutto nella mente e nel corpo si riaggiusta e si identifica perfettamente con la realtà ecologica che ho intorno. Sono arrivato alla conclusione che ciascuno appartiene al suo ambiente ecologico […]. A me succede in qualsiasi posto dei Caraibi: … persino bendato saprei di trovarmi ai Caraibi perché l’organismo mi funziona in un modo diverso che in  qualsiasi altra parte”.

Mercato Juve: con Bologna decide Pogba. PSG e Real stanno a guardare e a sognare

Il viaggio in bici di Luke da Londra a Varese. Salvato dalla leucemia, ora vuole aiutare l’ospedale