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Generazione carcere: l’Egitto è un teatrino e di Giulio Regeni ce ne sono 41000

Era il 25 Giugno 2015 ed Amnesty International pubblicava un report sulla situazione egiziana post Mubarack. Dentro i documenti c’è la richiesta di attenzione verso un paese dilaniato dalle proteste sociali. “La continua repressione delle autorità egiziane contro i giovani attivisti rappresenta il chiaro tentativo di schiacciare le menti più coraggiose e brillanti del paese ed eliminare qualunque minaccia embrionale al potere“, scriveva così l’ONG. Qualcosa è andato storto dopo le vampate di libertà e rivoluzione assaggiate con le Primavere Arabe. Alcuni sono pronti a testimoniare che fosse stato tutto un grosso inganno, come Alfredo Macchi, firma di Mediaset e autore del libro “Rivoluzioni Spa“, altri credevano nella genuinità dei movimenti nati in Medio Oriente e Nord Africa. L’unica certezza che abbiamo riguarda il loro andamento. Ma senza addentrarci nel tema rivolte, dove si rischierebbe di perdere la bussola, parleremo solo di Egitto. L’Egitto di Giulio Regeni, di Al Sisi e di Piazza Tahrir. Generazione carcere, così si chiama il documento a cui facevamo riferimento poche righe fa.

Due anni dopo l’estromissione del presidente Mohamed Morsi, alle proteste di massa sono subentrati arresti di massa. Attaccando senza sosta i giovani attivisti egiziani, le autorità stanno spezzando le speranze in un futuro migliore di un’intera generazione“, queste parole provengono da Hassiba Hadj Sahraoui. Secondo gli ultimi dati diffusi dagli attivisti egiziani per i diritti umani, la politica di Al Sisi ha visto più di 41.000 persone arrestate, accusate di reati penali e processate in modo irregolare.”Il livello della repressione è agghiacciante. Le autorità egiziane hanno dimostrato che non si fermeranno di fronte a nulla nel tentativo di soffocare ogni sfida al loro potere – ancora Sahraoui sull’argomento – Tra le persone in carcere vi sono leader di movimenti giovanili apprezzati a livello internazionale, difensori dei diritti umani e perfino bambini che indossavano magliette con slogan anti-tortura“.

Sicuramente interessante è la storia di Mahmoud Mohamed Ahmed Hussein, uno studente. Il ragazzo stava tornando a casa dopo aver partecipato ad una protesta. Individuato a causa della maglietta con uno slogan provocatorio è stato prelevato dalle forze di sicurezza egiziane. Mohamoud ha passato il suo 19esimo compleanno in carcere. Ma non è finita, infatti il giovane ha denunciato le numerose torture subite durante la detenzione. Secondo i report di Amnesty, sono tantissimi i casi come quello dello studente: uno stato di Polizia che tiene il pugno di ferro nelle politiche interne, questo sarebbe l’Egitto oggi. Se a tutto ciò aggiungiamo la comparsa di gruppi estremisti nel Sinai e in altre zone del paese, la miscela che ne fuoriesce è una delega di potere esclusivo e concentrato nelle mani dell’Esecutivo.

Ma quali sono i metodi di tortura più utilizzati? Sempre secondo fonti Amnesty le forze di sicurezza agiscono con un abuso di forza fuori da ogni controllo. “Le forze di sicurezza e dell’intelligence militare hanno torturato i detenuti sotto la loro custodia, con metodi che comprendevano tra l’altro percosse e scosse elettriche o costrizione a rimanere in posizioni di stress – le parole provengono direttamente dal documento annuale dell’ONG sullo status della situazione in EgittoI detenuti erano frequentemente percossi dalle forze di sicurezza durante le fasi dell’arresto o del trasferimento dal commissariato di polizia al carcere. Per tutto l’anno sono giunte segnalazioni di decessi in custodia causati da tortura e altri maltrattamenti e da mancanza di accesso a cure mediche adeguate“. Torture molto simili a quelle rinvenute sul corpo di Giulio Regeni. Solo supposizioni chiariamoci, ma l’assonanza comunque rimane.

Parlavamo di terrorismo: molto spesso accade che legislazioni di emergenza e di contrasto alla minaccia fondamentalista trasfigurino in un concetto di delega di poteri. Cosa vuol dire? Demandare ancor più forza coercitiva nelle mani dell’Esecutivo per contrastare le manifestazioni terroristiche. Non mettiamo in dubbio l’esistenza di sacche all’interno del territorio egiziano, ma sempre secondo le nostri fonti l’accusa di “terrorismo” sarebbe stata utilizzata anche in casi politici.  “I tribunali egiziani hanno emesso centinaia di condanne a morte contro imputati che erano stati giudicati colpevoli di ‘terrorismo’ – ancora dai documenti in nostro possesso – Tra le persone messe a morte c’erano prigionieri condannati al termine di processi iniqui, celebrati davanti a tribunali penali e militari“.

I documenti che citiamo sono ovviamente reperibili sul web e consultabili attraverso il sito di Amnesty Italia.

Photo Credits shutterstock.com

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