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“Genere e Generazioni”, il punto della situazione: intervista a Gabriella Valera

Organizzata eccezionalmente in Italia, si è conclusa Venerdì la IX Edizione del Congresso Annuale dell’International Society for Cultural History che ha portato a Trieste 100 storici da tutto il mondo per discutere sul tema, tanto attuale quanto delicato, di “Genere e Generazioni”. La nostra redazione ha intervistato in esclusiva la Professoressa Gabriella Valera, responsabile scientifico del Convegno: ecco cosa ci ha raccontato.

Buongiorno Professoressa Valera, grazie e benvenuta su UrbanPost! Per la prima volta in assoluto, l’Italia ospita quest’anno il Congresso annuale dell’ International Society for Cultural History: prima di entrare nel merito, può spiegare ai nostri lettori cosa si intende per “storia culturale”?
“La storia culturale ha una sua storia già abbastanza lunga e differenziata. Ha avuto un suo primo momento di formazione e affermazione alla fine dell’Ottocento e all’inizio del Novecento quando si definì in opposizione alla storiografia politica. I grandi dibattiti metodologici della prima metà del Novecento (e oltre), sul rapporto fra storia e scienze sociali, hanno in un certo senso preparato gli sviluppi di una “nuova storia culturale”, problematica, sempre in bilico fra “storia sociale della cultura” e altri diversi e più movimentati approcci. Devo spendere due parole per chiarire questo aspetto. E’ importante da parte degli storici rivolgere la propria attenzione alla “cultura” come insieme delle rappresentazioni sociali: idee simboli, significati che costituiscono modelli di appartenenza per i singoli attori sociali. Ci sono gli storici che si occupano di questi modelli, “storici della cultura” o delle culture, appunto. Ma più di recente e con accorta consapevolezza metodologica gli “storici culturali” si stanno dedicando alla rimessa in scena dei complessi giochi di relazioni e di significati in cui i singoli sono coinvolti come attori, con tutta la loro concreta e, vorrei dire, corporea presenza e partecipazione, persino quando si lascino prendere passivamente nel gioco. I paesaggi, e le “cose” hanno in tutto ciò un ruolo non puramente di sfondo, sono essi stessi “agenti”. Quindi, per concludere su questa complessa domanda, la “storia culturale” oggi si muove sul terreno della ricostruzione delle pratiche culturali, “enbodied history”, come viene chiamata, storia che vive attraverso le corporeità, o, come qualcuno dice, storia di “corpi in movimento”, cioè di concrete, fisiche realtà che si incontrano, si allontanano, si scontrano, si confrontano… tracciando i loro e gli altrui percorsi. Naturalmente anche questa “storia culturale” avrà la sua storia. Quello di confrontarsi con le proprie metodologie e con i propri campi di lavoro è compito intrinseco degli storici culturali.”

Tema di quest’anno è “Gender and Generations”: come si lega questo argomento così attuale alla storia culturale dell’ultimo secolo ma anche del passato? L’evolversi della storia e, di conseguenza, delle società e delle percezioni che hanno su temi come questo, come influiscono sul nostro presente?
“Ogni pratica ha un suo background storico-culturale che troppo spesso ignoriamo. Nel caso della nostra tematica direi che si lega (forse un po’ paradossalmente) proprio mettendo in discussione le categorie di Genere e Generazioni (quest’ultima non a caso già plurale nel titolo). Mostrare come le generazioni non siano un segmento temporale definito in una successione o scansione di età (infanzia, adolescenza, passaggio all’età adulta e così via) perché le età hanno contenuti diversi secondo i generi e quindi non possono sempre essere generalizzate in un concetto unitario (il concetto di generazione), significa, per esempio, mettere in moto tutta una serie di domande e di ricerche sui diversi aspetti emozionali, ideologici, comportamentali, di ruolo nel pubblico e nel privato, sulle fonti da cui deriviamo certe conoscenze… Questo investe direttamente il modo di intendere e di lavorare nel nostro sociale con attenzione a tutti gli aspetti dei movimenti di genere e “generazionali” e contribuisce a creare una coscienza civile, pubblica avvertita rispetto ai singoli problemi”

A poche ore di distanza dalla conclusione del Congresso annuale dell’ISCH, qual è il messaggio che esce dalle discussioni degli storici a proposito del “gioco intergenerazionale dei generi”?
“Ho usato spesso questa formula: “gioco intergenerazionale dei generi”; è il momento di chiarire .Ci sono regole, regole del gioco appunto; ci sono spazi, perimetrati in modo più o meno formale, riconoscibile, dentro cui i “corpi” tessono e ritessono la trama delle relazioni: persone fisiche con tutta la loro complessa “presenza” fatta di idee, atti, sguardi, sogni, immaginazioni e proiezioni, parole, silenzi, incontri, desideri, bisogni, capacità, diritti, giudizi e pregiudizi…. E, come si diceva prima, ci sono anche le “cose”, i paesaggi. A questo si è dedicato il convegno soprattutto rivolgendo lo sguardo ai “corpi” posizionati secondo il loro genere (e il diverso modo di considerare il genere negli spazi e tempi della storia, dall’antichità alla contemporaneità) e secondo le “generazioni”, chiedendosi come sia corretto usare queste categorie. Credo, a caldo, che questo sia stato un risultato importante.”

Infine, ci anticipa qualche commento su questa edizione triestina del Congresso?
“Ciò che posso fare è ricordare i commenti che i miei stessi colleghi hanno espresso considerando il congresso come davvero produttivo dal punto di vista scientifico: il programma non poteva coprire tutti i temi che sarebbe stato interessante affrontare, ma questo è intrinseco alla ampiezza della materia, ad uno stile che non può essere “comparativo” per campioni, perché anzi vuole conservare un’apertura totale a tutto ciò che emerge dalla lettura di fonti molto diverse e dagli sguardi così molteplici e complessi. E’ stata apprezzata l’apertura, dal punto di vista dei contenuti e dal punto di vista metodologico, così come d’altra parte il riferimento a macrocategorie che hanno permesso di orientare il dibattito. Infine è stata apprezzata la parte “sociale” e conviviale con cui in quanto organizzatrice del convegno ho cercato di offrire ai colleghi venuti da tutto il mondo momenti di poesia e di musica, non disgiunti da riflessioni sulla storia delle nostre terre.”

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