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Gesù è morto per i peccati degli altri: intervista esclusiva a Maria Arena

In ognuno di noi, in fondo, c’è un po’ di San Berillo”. Ecco cosa ci ha raccontato la regista di Gesù è morto per i peccati degli altri, Maria Arena, che per la pellicola indipendente  che racconta la vita all’interno di uno dei quartieri più difficili di Catania, si è avvalsa di uno staff competente e ha raccolto in un film-documentario ben 70 ore di pellicola concentrandole in  90 minuti ricchi di esperienze, sentimenti, sensazioni, riflessioni ma soprattutto verità nude e crude di vite ai margini nel sud d’Italia.

Come mai questo titolo “Gesù è morto per i peccati degli altri?”

Il titolo è una citazione dal brano Gloria di Patti Smith, è la prima strofa. L’idea di questo titolo venne dopo il montaggio. Il film infatti ha avuto un periodo piuttosto lungo di lavorazione, 5 anni, e all’inizio il progetto si chiamava ‘Le belle di San Berillo, a fine montaggio mi resi conto che questo titolo era riduttivo rispetto a quanto il film raccontava e fu Stefano Ghittoni, curatore della colonna sonora, che mi suggerì la strofa di Patti Smith che trovai subito molto adatta.

Quando è nata l’idea del documentario e quanto ci è voluto per realizzarlo?

L’idea nacque nel 2009, da catanese di origine conoscevo il quartiere ma fu una coincidenza a far scattare la scintilla. Ero sulle tracce della scrittrice Goliarda Sapienza, avevo letto tutto e volevo realizzare un documentario su di lei, così cercavo la case dove visse i primi 15 anni della sua vita negli anni trenta. Sapevo che la casa era a San Berillo e la trovai. L’attuale proprietario si propose di accompagnarmi a fare un giro nel quartiere ed io rimasi catturata dalle persone che mi presentò. Profondamente colpita da questo incontro, l’indomani tornai con la mia telecamera per prendere appunti e continuai a frequentare il quartiere per un anno dichiarando di voler fare un documentario. Poi conobbi Josella Porto, la sceneggiatrice e insieme scrivemmo un canovaccio con il quale insieme ad una casa di produzione partecipammo ai bandi ministeriali. Non vincemmo ed era già il 2011, quindi decidemmo di iniziare in autoproduzione le riprese, il legame con il quartiere era diventato molto stretto, tutti sapevano che ero in attesa dei fondi e quando questi non arrivarono io e Josella non ce la sentimmo di gettare la spugna. Il documentario può avere tempi lunghi, inoltre un lavoro come questo film è strettamente connesso con un gruppo di persone e quando è il momento di girare bisogna farlo altrimenti la realtà muta e anche i rapporti.

Quale storia ha avuto il maggior impatto emotivo su di lei?

La cosa che mi ha colpito di più è stato il senso di comunità che a San Berillo ho scoperto, le storie che si raccontano nel film non sono altro che un aspetto della coralità che traspare in tutto il quartiere. Oltre alle 7 protagoniste è il quartiere che irrompe come luogo vissuto di emozioni condivise nel bene e nel male.

Quale riflessione finale è portato a fare lo spettatore di Gesù è morto per i peccati degli altri?

Bisognerebbe chiederlo agli spettatori. Ho ricevuto recentemente due commenti molto interessanti. Uno mi ha scritto: “Voglio complimentarmi pubblicamente con Maria Arena e Josella Porto per il loro film Gesù è morto per i peccati degli altri. Un piccolo gioiello del cinema indipendente e – sigh! – senza distribuzione, un altro: “Un racconto agrodolce, a tratti commovente e comico allo stesso tempo, di un microcosmo che è rappresentazione di molti macromondi. Le ‘belle di San Berillo’ si raccontano nei loro affanni e nella loro umanità, nella viscerale umanità della carne che nulla toglie – anzi, amplifica – alla profonda e radicata spiritualità religiosa. Il racconto dell’umano in tutta la sua umanità, fatta inevitabilmente anche di divino” aggiungendo: “Corpi e anime, seni e sguardi che nelle voci e nelle parole di Franchina, Meri, Wonder e le altre diventano esse stesse pietre di quel pezzo di storia urbana e sociale di Catania che è San Berillo. Transessualità, travestitismo e prostituzione trovano spazio in un film che non scivola mai, come sarebbe facile, nel morboso o nel pietismo. Colonna sonora e inquadrature pazzesche. Chapeau”.

Quale messaggio preme, invece, a lei lasciare nelle persone che entrano in contatto con il suo documentario?

La mia prospettiva nell’approccio al genere documentario ed in particolare in questo specifico film è ben precisa: il regista è un tramite che si cala in una realtà per raccontarla ad altri, non mi spaventa il punto di vista personale perché ogni scelta in un documentario rende la realtà narrata da un punto di vista questo non è il suo limite ma la sua forza. Tanto più un regista si cala nel mondo che racconta e trova il linguaggio per raccontarlo tanto meglio riesce a comunicare o illuminare un aspetto della realtà. Nel caso di questo film non era mia intenzione dare delle risposte, un documentario sulla gente di un quartiere come San Berillo è un film su di una realtà vitale piena di contraddizioni ai margini e di cui la gente non vuole sentire parlare perché il pregiudizio è sempre la strada più semplice e veloce per non guardare la realtà. Il cinema è un’arte, l’esperienza che si fa davanti ad un film o documentario non produce solo informazioni o intrattenimento o emozioni, credo nel valore estetico ossia nella capacità del cinema di modificare le percezioni. Ho voluto che lo spettatore in qualche modo vivesse nel quartiere un po’, qualche giorno in 3 stagioni dell’anno, e si ponesse le domande che anch’io, estranea all’ambiente di San Berillo, mi sono posta in questi anni.

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