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Gioco d’azzardo, cosa rischia di distruggere il Decreto Dignità

Il Decreto Dignità rischia di dare una spallata decisiva al settore del gioco d’azzardo. Almeno di quello legale. La decisione del governo Lega-5 Stelle di vietare le pubblicità relative alle scommesse a partire dal 2019 (e dal 2020 per i contratti in essere) può avere degli effetti importanti non solo sull’industria, ma sull’intera economia italiana. In termini di erario, occupazione e lotta alle associazioni mafiose. Con questo non si vuole screditare l’intento della nuova disposizione legislativa, che vuole diminuire in maniera drastica la piaga della ludopatia nel nostro Paese. Una malattia difficile da combattere, e altrettanto impegnativa da riconoscere. Ma la strategia impiegata ha un potenziale devastante.

Di sicuro la regolamentazione era necessaria, anche perché anno dopo anno l’impatto del gambling sull’economia del Paese è aumentato esponenzialmente. Nel 2017 i dati riportavano l’esistenza di ben 5.000 aziende, con 120.000 punti vendita e 6.181 luoghi con una concessione come sale bingo, agenzie di scommesse e sale con apparecchi da intrattenimento. Soltanto due anni prima i numeri parlavano di 605 marchi, poco più dell’11% rispetto agli attuali. La raccolta complessiva ha superato i 100 miliardi di euro, aumentando di circa 10 miliardi nell’arco di 24 mesi. Da un volume di gioco così ampio lo Stato ricava tra i 9 e i 10 miliardi di euro ogni anno, lo stesso che viene guadagnato dagli esercenti del settore. Combattere la filiera significa mettere in discussione buona parte dei 150.000 posti di lavoro tra dipendenti, concessionari, gestori e produttori.

Nel 2017 il settore è cresciuto di un ulteriore 4,6% rispetto all’anno precedente, come testimoniano i dati del riepilogo nazionale pubblicati da Giochi di Slots. Le due specialità che hanno ottenuto maggiore riscontro nei giocatori sono state le slot machine e le videolottery (AWP e VLT), che insieme hanno raggiunto 48,5 miliardi di euro. Quasi la metà insomma, ma con una differenza fondamentale: mentre le slot machine, anche a causa di una legislazione più severa, hanno subito un calo del 5%, le videolottery hanno continuato a registrare un segno positivo. Decisiva probabilmente la maggiore percentuale di vincita garantita da queste ultime. Il gioco che ha fatto registrare il miglioramento più importante rispetto al 2016 è stato lo sport betting, con un netto +23%. La presenza dei mondiali di calcio ha probabilmente aiutato, ma il risultato è significativo. In caduta libera invece l’ippica, che con una raccolta di 541 milioni di euro presenta un calo dell’11%. Periodo d’oro anche per scommesse virtuali e betting exchange, entrambi vicini al 20% di utile nel confronto.

Dati alla mano, è evidente che la filiera del gioco d’azzardo costituisce un pilastro dell’economia italiana. Non a caso è stata definita la “terza grande industria” del nostro Paese, dopo Eni e Fiat. Attaccare un settore così florido significa mettere a repentaglio il posto di lavoro di un gran numero di italiani: un rischio che potrebbe essere corso in un altro contesto storico, con una percentuale di disoccupazione più ragionevole. Al governo spetterà il compito, quanto mai impegnativo, di trovare una sistemazione alternativa alle “vittime” di questo provvedimento, oltre a reperire fondi alternativi per coprire i mancati introiti portati dall’azzardo.

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