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Giorgio Napolitano dimissioni: un addio tiepido e 9 anni di chiaroscuro

Cala il sipario sui nove anni di “reggenza” del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, eletto nel 2006 e rieletto a furor di politici – è proprio il caso di dirlo se ricordiamo la dinamica di quell’elezione che si è trasformata in un appello accorato – nel 2013. Adesso basta, Napolitano ha deciso di andare in pensione mentre gli italiani non hanno ancora deciso se questa uscita di scena sia un male o un bene per la politica interna.

Napolitano, effettivamente, è stato assai discusso durante il suo mandato. Chi lo appoggia e lo stima ritenendolo uno statista di grande valore ritiene che siano stati l’abnegazione e l’attaccamento alla Repubblica a spingere quest’uomo, ormai anziano e intenzionato a ritirarsi a vita privata, a raccogliere l’appello e assurgere nuovamente a Presidente della Repubblica, contro il suo volere dichiarato. In molti ne hanno apprezzato la garbata eleganza e la fermezza con le quali ha incoraggiato il Paese a superare la crisi politica, economica e morale in cui l’Italia versa.

D’altro canto non sarebbe onesto dimenticare l’altra faccia della medaglia, quella che ha indotto svariati giornalisti e politici ad indicare Giorgio Napolitano come il peggior Presidente della Repubblica della storia della nostra giovane Costituzione. Per la prima volta abbiamo visto un Presidente della Repubblica chiamato a deporre in quella che verrà rinominata la Trattativa Stato-Mafia; deposizione alla quale Napolitano ha tentato di sottrarsi senza successo. Una storia lunga come la sua vita, fascista iscritto al Guf durante gli anni universitari e poi comunista; vicino a Craxi e poi ripudiato dal potente amico. Una storia che – sicuramente – non conosceremo mai integralmente, basterebbe capire se ci dobbiamo dispiacere o se dobbiamo ritenerci sollevati.

 

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