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Giornalisti uccisi e perseguitati: da Anna Politkovskaja a Peppino Impastato

Nel giorno in cui ricorre l’anniversario della morte della giornalista Anna Politkovskaja (7 ottobre 2006), ammazzata nell’ascensore di casa nel giorno del compleanno di Vladimir Putin, soltanto perché aveva avuto il coraggio di scrivere quello che stava succedendo in Russia, tornano alla mente tutti coloro che per lo stesso motivo sono stati vittime e caduti per mano della mafia, del terrorismo e del malaffare in generale riconducibile alla più becera politica.

È difficile fare un elenco completo, ma si può partire da Cosimo Cristina, cronista del quotidiano “L’Ora” di Palermo che venne assassinato nel 1960 nelle vicinanze di Termini Imerese (Trapani). Proseguendo negli anni tanti sono stati i giornalisti che hanno perso la vita per aver scelto la strada onesta della libertà di parola. Un atto di coraggio, la ricerca della libertà, una scelta di vita ripagata con il sangue. Così è stato per Giuseppe Fava (fondatore del settimanale “I Siciliani”), Mauro Di Mauro, Giovanni Spampinato, Mauro Rostagno (fondatore della comunità Saman di Trapani), Peppino Impastato, voce di Radio Aut al quale il regista Marco Tullio Giordana dedicò lo splendido film “I cento passi“.

E poi, ancora Riccardo Siani, giovanissimo cronista de “Il Mattino di Napoli“, il quale si era “permesso” di parlare apertamente dei traffici illeciti della camorra. Dalla criminalità organizzata al terrorismo, ecco che l’elenco si allunga con Carlo Casalegno ucciso nel 1977 quando era vice direttore de “La Stampa“, Walter Tobagi del “Corriere della Sera. E nel periodo degli anni di piombo, tra gli anni settanta e ottanta diversi furono anche i giornalisti feriti in attentati, tra questi Indro Montanelli che nel 1977 venne gambizzato.

Anche i conflitti bellici hanno portato vittime nel mondo del giornalismo, vedi Ilaria Alpi, Enzo Baldoni, Maria Grazia Cutuli. Oggi il mestiere del magistrato, del poliziotto, del carabinieri impegnati in prima linea è diventato difficile, però anche quello del giornalista o di chiunque scriva per raccontare la verità, per dare voce alla libertà, è diventato una sorta di sacrificio. Questo non significa che bisogna cambiare o avere paura, la coscienza conduce noi giornalisti a ricordare chi prima di noi si è impegnato in questo senso donando la propria vita.

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