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Giornata della Memoria 2015: Árpád Weisz, dallo scudetto con il Bologna ad Auschwitz

Parlando della Shoah e degli orrori perpetrati durante le deportazioni naziste, sono emerse negli anni  migliaia e migliaia di storie, destini condivisi da molti, uomini e donne inconsapevoli che si preparavano ad andare incontro ad una morte già scritta da tempo; alcune di queste storie sono ancora da raccontare ma quest’oggi, 27 gennaio 2015, giorno della Memoria abbiamo di raccontarne una in particolare, quella di Árpád Weisz, ebreo ungherese che in Italia cambio il nostro modo di giocare a calcio.

Weisz nacque il 16 aprile del 1896 e fece parte della nazionale del suo paese con la quale partecipò al torneo Olimpico di Parigi del 1924; proprio con l’Ungheria fece la sua prima apparizione sui campi di calcio italiani, quando fu notato dal Padova per le sue caratteristiche e la sua velocità. Dal Padova all’allora Ambrosiana Inter il passo fu breve ma il destino si accanì fin dall’inizio contro Árpád e un infortunio al ginocchio ne stroncò la carriera da calciatore. Weisz non si perse d’animo e decise di intraprendere quella da allenatore che fin da subito gli regalò grandi soddisfazioni: nel 1930 infatti, proprio sulla panchina dell’Ambrosiana vinse lo scudetto, diventando il più giovane allenatore a vincere il campionato in Italia, record ancora imbattuto. Grande innovatore, puntò sempre molto sui giovani, tant’è che fece esordire a 17 anni una delle leggende dei nerazzurri, Giuseppe Meazza; insieme ad Aldo Molinari scrisse il manuale “Il giuoco del calcio”, nel quale “Il Mago”, soprannome affibbiatogli da Calcio Illustrato, spiegò un modo nuovo di affrontare questo sport.

Árpád Weisz si fece presto notare e venne chiamato a Bologna, dove nel biennio 1935-1937 vinse due scudetti facendo nascere la leggenda dello “squadrone che tremare il mondo fa”, anche grazie al successo nel Torneo Internazionale dell’EXPO di Parigi proprio nel 1937 dove per la prima volta una squadra del continente affrontò e sconfisse una rivale inglese (4-1 al Chelsea). Sul rettangolo verde tutto procedeva per il meglio ma fuori dalle mura del Dall’Ara iniziava a farsi largo lo spettro delle leggi razziali e dell’antisemitismo: di li a poco, nell’anno successivo Weisz fu licenziato dai rossoblu e dovette lasciare il capoluogo emiliano con tutta la famiglia, direzione Parigi. Nella capitale francese rimase soltanto qualche mese: la sua fama lo precedeva e un emissario del Dordrecht, piccola cittadina olandese del sud venne ad offrirgli la panchina. Weisz non ci pensò su due volte e in tre stagioni collezionò, con una squadra modesta, una salvezza e due quinti posti, infliggendo sconfitte anche ad Ajax e Feyenoord. Intanto in Olanda, paese ritenuto sicuro dalla famiglia Weisz, erano arrivati i nazisti che avevano invaso lo stato dal cielo: nel ’41 agli ebrei viene vietato di frequentare lo stadio e il Mago deve lasciare anche la panchina del Dordrecht. Il cerchio si sta inevitabilmente stringendo intorno ai Weisz che vengono rastrellati il 7 agosto del ’42 e portati al campo di Westerbork; qui rimangono fino ad inizio ottobre quando la famiglia viene divisa: per la moglie Ilona e i figli Roberto e Clara c’è subito il Zyklon B, Árpád invece viene dapprima fatto lavorare a Cosel e poi spostato ad Auschwitz dove sopravviverà 16 mesi. Árpád Weisz muore il 31 gennaio 1944. La sua è una storia che per molto tempo è rimasta sepolta e che soltanto 60 anni dopo la sua morte è stata riportata alla luce da Matteo Marani che ne fa un libro, per non dimenticare, mai.

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