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Le 5 poesie d’amore migliori per cui sarebbe quasi accettabile (anche) morire

Oggi si celebra la giornata della poesia, una delle arti più spietate e potenti da esercitare. Se, infatti, coloro che hanno il dono di incrociare versi in maniera incantevole assurgono all’immortalità è altrettanto vero che tutti gli altri ci provano – compresi i comuni mortali – con risultati davvero grotteschi. La poesia è così, assoluta, non contempla la mediocrità: o sei un dio o sei patetico. La poesia che canta l’amore, sopra ogni altra, è la più pericolosa e affascinante: quando è bella può davvero racchiudere in un pugno di parole universi, rimandi, sapori, sensazioni difficilmente traducibili e sentimenti di portata immensa. E’ un piacere fortissimo.

Abbiamo scelto di portare all’attenzione dei nostri lettori 5 poesie d’amore che sicuramente possono giocarsi il titolo come le migliori della storia. Partiamo con un grande classico che probabilmente conoscerete tutti perché al liceo l’avrete studiata; rileggerla però in chiave adulta, considerando la profonda sensualità dell’opera, potrebbe regalare emozioni nuove e inaspettate. La pioggia nel pineto di Gabriele D’Annunzio composta nella stagione estiva tra luglio e agosto 1902, nella celebre Villa La Versiliana – dove abitava immerso nel verde della pineta della Villa, in Versilia – ha tutta la forza dei temporali estivi e dei profumi dei sempreverdi che ne vengono investiti. Un racconto in versi di una passione sfrenata consumata proprio fra arbusti e terra bagnata dalla pioggia: con quegli odori meravigliosi che la pioggia estiva resuscita dai boschi. Potentissima la descrizione della fusione dei corpi con gli elementi vegetali: una sorta di metamorfosi tanto sofisticata quanto primitiva in cui le ginocchia degli amanti diventano arbusti e l’amata stessa si tramuta in dea, ed è proprio così che lui la chiama: Ermione. Eccone uno stralcio.

Piove su le tue ciglia nere
sìche par tu pianga
ma di piacere; non bianca
ma quasi fatta virente,
par da scorza tu esca.
E tutta la vita è in noi fresca
aulente,
il cuor nel petto è come pesca
intatta,
tra le pàlpebre gli occhi
son come polle tra l’erbe,
i denti negli alvèoli
con come mandorle acerbe

Facciamo un balzo nel contemporaneo: un autore magnifico, originale, che ha saputo cantare la forza dell’amore sensuale, anzi sessuale, e allo stesso tempo talmente immenso da decostruire il corpo. Parliamo di uno dei geni del Gruppo 63, Edoardo Sanguineti, morto nel 2010. Uno che l’avanguardia più che sbandierarla per posa l’ha davvero fatta grazie a un talento fuori misura e una genialità rara. Abbiamo scelto uno stralcio di “Se mi stacco da te” per la sua forte fisicità in versi.

Se mi stacco da te, mi strappo tutto
Ma il mio meglio (o il mio peggio)
ti rimane attaccato, appiccicoso,
come un miele, una colla, un olio denso.
Ritorno in me, quando ritorno in te
(e mi ritrovo i pollici e i polmoni)

Andiamo ora nell’Antica Grecia. Lì visse una delle poche donne che riuscì a guadagnarsi un posto di rilievo fra i poeti: Saffo. Ha cantato il suo amore per molte donne, vissuto liberamente presso l’isola che le diede i natali: Lesbo. Proprio per questo motivo l’amore fra donne viene chiamato ancora oggi “Lesbico“. Aristocratica, geniale, potente: fondò la sua scuola che venne consacrata ad Afrodite e scrisse appassionati versi per le sue innumerevoli conquiste. Abbiamo scelto “Foglie d’ortica“, una splendida poesia che usa come metafora le foglie urticanti. Eccone uno stralcio dove troviamo una delle prime metafore tanto azzeccate della storia.

Boccheggiando
dischiudo le labbra per chiederti aiuto
ma dalla mia bocca
solo un fiotto di foglie d’ortica,
che danzano per un istante
e svaniscono
spazzate via da un’alito di flebile scirocco

Veniamo a un poeta che è entrato nel mito insieme agli altri suoi contemporanei: Baudelaire, Verlaine e, appunto, Rimbaud. Simbolisti o semplicemente maledetti, facendoli cadere in un stereotipo che spesso li svilisce, così vengono facilmente identificati. In questa poesia meravigliosa di Rimbaud si percepisce tutta la sofferenza verso una metropoli fagocitante come Parigi, che tanto ispira quanto corrode l’anima. Ed è nell’amore, una forma di amore puro e quasi adolescenziale di Sognato per l’inverno, entusiasta e connotato dalla fuga ingenua, che Rimbaud trova un attimo di pace. Eccone un estratto

D’inverno, ce ne andremo in un piccolo vagone rosa
con i cuscini blu.
Staremo bene. Un nido di pazzi baci riposa
in qualche soffice angolo.

Tu chiuderai gli occhi, per non vedere, dai vetri
ghignare le ombre delle sere,
queste arcigne mostruosità, plebaglie
di neri démoni e neri lupi

Chiudiamo con un classicone vero e proprio che, nonostante sia stato così tanto abusato e strapazzato, mantiene un fascino archetipico, restituisce infatti in maniera esemplare la classica ebbrezza e l’assolutismo che si prova con i primi amori. Quello che pare qualcosa di talmente urgente e assoluto da far dimenticare tutto, ma proprio tutto. I ragazzi che si amano, per gli inguaribili romantici, di Jacques Prévert.

I ragazzi che si amano si baciano in piedi
Contro le porte della notte
E i passanti che passano li segnano a dito
Ma i ragazzi che si amano
Non ci sono per nessuno
Ed è la loro ombra soltanto
Che trema nella notte
Stimolando la rabbia dei passanti
La loro rabbia il loro disprezzo le risa la loro invidia
I ragazzi che si amano non ci sono per nessuno
Essi sono altrove molto più lontano della notte
Molto più in alto del giorno
Nell’abbagliante splendore del loro primo amore

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