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Giornata internazionale dei diritti umani 2014: contro la tortura intervistiamo Marco Solimano

In occasione della Giornata internazionale dei diritti umani, a 30 anni dall’adozione della Convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura (firmata dall’Italia ma mai adottata dal punto di vista legislativo) e mentre Amnesty International Italia consegnerà 20.000 firme contro la tortura al Presidente del Consiglio e a quelli di Camera e Senato, UrbanPost intervista Marco Solimano. Dopo essersi lasciato alle spalle un passato di militanza in Prima Linea che lo portò a scontare 10 anni di carcere, Solimano è ormai da anni impegnato per i diritti delle persone ed è oggi presidente dell’Arci della città di Livorno e Garante dei diritti dei detenuti dello stesso comune toscano.

Lei ha fatto più volte riferimento alla campagna per un minuto di silenzio contro la tortura. Può spiegarci di cosa si tratta?

“E’ una campagna di Amnesty International, Arci, Antigone, Cild e Cittadinanza Attiva che culminerà oggi con la conferenza stampa alla Camera dove ci saranno anche i rispettivi presidenti nazionali delle associazioni coinvolte. All’iniziativa ha aderito anche l’Unione Camere Penali Italiane. Contro il silenzio delle istituzioni, che fanno finta di non vedere, ci benderemo gli occhi”.

La riflessione sulla tortura verrà oggi fatta in tutto il mondo, ma quali sono le richieste specifiche per il nostro paese?

“Dopo che, nel lontano 1984, il nostro paese ha firmato la convenzione Onu contro la tortura ma fino ad oggi non ne ha osservato la prescrizione, chiediamo che venga accelerata la discussione parlamentare e venga finalmente approvata una legge che la riconosca come reato specifico. Siamo convinti, anche alla luce del dramma delle morti di Cucchi, Aldrovandi, Uva, e tanti altri, che i tempi siano maturi per approvarla”.

Perché ce n’è così bisogno?

“E’ una legge importante che tutela i diritti, non solo di chi viene fermato, ma anche delle stesse forze dell’ordine: sono infatti sicurissimo che le nostre forze di polizia siano sane e proprio per questo è importante isolare i soggetti che si lasciano andare a pratiche inconciliabili con il diritto. E’ garanzia di democraticità anche delle forze dell’ordine”.

In Italia c’è la tortura?

“I casi citati evidenziano una pratica che può essere assimilabile alla tortura, che non è necessariamente fisica, ma che può anche essere esercitata psicologicamente nei confronti di quei soggetti che sono nelle mani dello Stato e delle istituzioni. È una pratica, un progetto che viene applicato in funzione di alcuni obiettivi. Storicamente, è sempre stata applicata per estorcere una confessione; storicamente, dico, nel nostro paese. Purtroppo, ad oggi, sono ancora tanti i paesi che la usano con questa finalità oggettiva. Spesso viene invece usata, sopratutto nei paesi occidentali, per umiliare e degradare l’identità delle persone. L’umiliazione e il degrado delle persone nelle mani dei rappresentanti dello Stato è, dal nostro punto di vista, equiparabile alla tortura”.

Perché chiedete che sia introdotto nel codice penale come reato “specifico”?

“A questo proposito ricordo che questa campagna è nata a seguito di una sentenza del 2011 in cui un giudice, in modo provocatorio, assolse alcuni agenti di polizia penitenziaria che avevano picchiato un detenuto, sistematicamente e per più giorni, perché le lesioni subite non potevano essere assimilabili a lesioni semplici. Fu esplicito, disse chiaramente che non poteva fare diversamente dato che mancava il reato in questione. Fu una sentenza eclatante che fece ripartire con forza la nostra campagna. Serve che il parlamento legiferi in questo senso ed introduca il reato di tortura come reato specifico affinché acquisisca un valore penale e sanzionatorio completamente diverso. La tortura ha infatti una sua tipicità che tende all’annullamento e al degrado della persona, non è una bastonata che si prende al termine di una discussione. E’ un progetto più profondo, scientifico”.

Che ne pensa della legge che giace alla Camera e che il Senato approvò nel 5 marzo scorso?

“Anche in questa legge la tortura è ascritta a reato comune, però io faccio questo ragionamento: intanto facciamo in modo che la legge venga approvata e che la tortura sia definita un reato in questo paese, poi troveremo lo spazio e il tempo per modificarla”.

A parte alcuni deprecabili comportamenti specifici di singoli, la condizione delle carceri italiane è assimilabile al concetto di tortura?

“Fino a 8 mesi fa sì, totalmente. No solo a causa del sovraffollamento ma anche tutte le continue violazioni del Regolamento Penitenziario del 2000, tant’è che anche la Corte Europea di giustizia ci ha condannati per trattamenti inumani e degradanti. La tortura è una pratica che, per situazioni oggettive, decine di migliaia di persone hanno subito nel nostro paese, tant’è che lo Stato sta preparando delle leggi riparatorie come, ad esempio, il risarcimento economico o attraverso sconti di pena. In questi 8 mesi, nonostante abbia fatto leggi disorganiche, questo governo ha fatto sì che ci fossero oltre 10.000 persone in meno nelle nostre carceri, ed oggi è finalmente possibile ricominciare a fare della progettualità per il sistema penitenziario”.

Anche se fosse applicata una legge, servirebbe davvero? In tanti paesi la tortura è un reato eppure viene applicata.

“Questa legge non sanerà una situazione ma è un punto di partenza: mette dei paletti e pone dei limiti. Come Garante dei detenuti posso dire che ci stiamo battendo affinché venga istituito il Garante Nazionale. Sarebbe questa la figura terza che dovrebbe presiedere, sempre in virtù della Convenzione Onu dell’84, al controllo sull’applicazione della tortura. Servirebbero poi investimenti in cultura, per una cultura della convivenza e della tolleranza, della legalità nella sua accezione più ampia”.

Eppure gli italiani chiedono misure più repressive per chi commette un reato.

“L’Italia ha avuto il picco massimo del sovraffollamento delle carceri nel periodo storico in cui, a detta delle questure, i reati andavano diminuendo. C’è stata una speculazione politica e culturale molto grossa con continui gridi d’allarme, penso ad esempio alla Lega. E’ stata organizzata una continua campagna di odio che si manifesta nei confronti di alcune classi sociali più disagiate e che ha prodotto, nel corso del tempo, una percezione sbagliata del pericolo. Dobbiamo liberarci di questi orpelli e misurarci con una realtà che sì, è dura, ma non è quella ci hanno raccontato: se non si investe nelle nostre periferie, in politiche sociali, in percorsi di inclusione, il tema della sicurezza sarà sempre presente. La sicurezza non è solo una questione di ordine e polizia ma ha molto a che fare con le politiche sociali”.

Che cosa risponderesti a chi continua a sostenere che la tortura sia utile in alcuni casi, penso ad esempio al terrorismo internazionale o per contrastare la criminalità organizzata?

“L’America, nella sua spietata lotta al terrorismo, ha prodotto quello scempio di Guantanamo che non ha assolutamente diminuito la pericolosità dei gruppi islamisti, anzi. Nel corso degli anni le aberrazioni si sono amplificate. Sono convinto che quando lo Stato mette in discussione se stesso e pratica dimensioni di illegalità piena come la tortura, è uno stato debole e di poca qualità. Uno stato forte e autorevole non ha bisogno di ricorrere all’illegalità per garantire la sicurezza e la tranquillità dei cittadini. Sempre in America, ad esempio, c’è la pena di morte ma i reati non diminuiscono, neanche quelli più aberranti. Una persona che subisce certe pratiche non risponderà positivamente alle sollecitazioni dello Stato: è un nemico in più che lo Stato si è fatto. Mi rendo conto che è difficile misurarsi con la pancia della gente, ma è necessario; poco fa, mentre ero al bar a prendere un caffè, rispetto al terribile episodio del bambino morto ho sentito dire “la devono ammazzare”. Ma le leggi si devono costruire con la razionalità e la forza democratica, se le leggi si costruissero con la pancia e con le sensazioni, anche temporanee o periodiche, andremmo incontro all’inciviltà più totale”.

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