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Giornata internazionale disabilità 2014: intervista all’atleta sordo Marco Frattini

Chi pensa ad un disabile come a una persona passiva e chiusa in se stessa, si appresti a ricredere. In occasione della Giornata internazionale dei diritti delle persone con disabilità, UrbanPost è riuscito a intervistare Marco Frattini, l’uomo di origini milanesi che dopo essere diventato sordo profondo all’età di trent’anni ha accettato la sfida della disabilità con rinnovata determinazione. L’anno della prima maratona in cui ha gareggiato è coinciso con la perdita definitiva dell’udito, oltre ad avere di poco preceduto un altro importante traguardo: la laurea in odontoiatria.

Ci facciamo spiegare direttamente da lui perché “perdere l’udito a trent’anni non è un tragedia: certo, non è la cosa che tutti sognano, ma sarebbe andata peggio se si fosse persa anche la capacità di reagire”. Esperienza che è stata raccontata, tra l’altro, in due testi  autoprodotti –“Vedere di corsa e sentirsi ancora meno” e “Il mio comandamento” – di cui il primo ha ricevuto il patrocinio della Federazione Sport Sordi Italiani.

Gentile Marco Frattini, so che lei è laureato in odontoiatria, oltre ad essere un atleta e ora anche un imprenditore. Quali sono le difficoltà maggiori che ha dovuto affrontare nella vita professionale e nel tempo libero dopo essere diventato sordo? Quali, invece, i fattori che l’hanno aiutata?
“Non voglio semplificare troppo le cose, tuttavia, già prima di diventare sordo mi ritrovavo in situazioni in cui c’erano ostacoli da affrontare, forse perché nemmeno io sapevo esattamente come fare per raggiungere i miei obiettivi. Non esistono difficoltà insormontabili: se si riesce a cambiare il punto di vista è possibile trovare nuove soluzioni e nuove strade da perseguire. Capire e metabolizzare: questo è stato il punto di svolta.”

Mi potrebbe parlare della sua esperienza come maratoneta? Quanta importanza ha avuto lo sport nella sua vita?
“La prima maratona a cui ho partecipato è stata a Milano nel 2006, ma non ne ho corse molte altre perché ho cercato di prepararle in modo tale da migliorare i miei tempi di percorrenza. Per me lo sport è stata una bella palestra di vita: non so perché, ma preparando le mie gare ho realizzato quanto sia importante la costanza e la perseveranza per raggiungere i miei obiettivi. Cosa che non ero arrivato a capire, ad esempio, durante tutto il mio iter scolastico.”

Ho letto nella quarta di copertina del suo libro che ha lavorato anche come musicista. Com’è cambiato il suo rapporto con la musica? Può spiegare al pubblico di lettori se e come un sordo può apprezzare la musica?
“Parlo da persona che fino a trenta anni suonava e sentiva, condizione diversa da chi è sordo dalla nascita: nella mia memoria fanno capo ancora motivi musicali che ho ascoltato fino al 2006 e che ogni tanto canticchio con buona pace delle orecchie altrui. Non credo di poter dare una spiegazione a questa domanda, rischierei di essere troppo generico e banale. Mi limito a dire che a volte mi manca non poter più apprezzare certe sonorità come un tempo.”

Dal suo libro – “Vedere di corsa e sentirci ancora meno” – emerge complessivamente una visione attiva e positiva della vita. Qual è l’esperienza degli ultimi anni che più di ogni altra le piacerebbe ripetere?
“Apprezzo il divenire delle cose: più che ripetere attendo il corso degli eventi per vedere come andrà a finire.”

Quanto la sordità ha condizionato il suo carattere? In che modo si sente “diverso” rispetto a quando ha ricevuto la diagnosi?
“Non sentire più significa cogliere il silenzio assoluto, cosa che in un mondo caotico è molto difficile da recuperare, ma che credo in molti vadano cercando.”

Gli altri – parenti, amici, conoscenti – cosa hanno fatto per integrarla?
“Hanno continuato a volermi bene esattamente come prima.”

Oggi è la Giornata internazionale delle persone con disabilità. Se la sentirebbe di dire qualcosa a quanti vivono quotidianamente sulla propria pelle difficoltà legate alla propria disabilità?
“Arduo dire qualcosa a chi può solo insegnare. “La forza di ogni individuo sta nella propria testa e accanto alle persone cui vuole bene”: chi ha a che fare con la disabilità lo sa bene.”

a cura di Corinna Garuffi

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