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Giornata mondiale contro la violenza sulle donne 2014: ecco i dati delle discriminazioni e della violenza di genere

Nella Giornata mondiale contro la violenza sulle donne 2014 è doveroso fare un approfondimento, dati alla mano, del problema. Alcuni spunti sulla drammatica situazione delle donne in tutto il mondo li fornisce la Fondazione Pangea tra le pagine del proprio rapporto per il 2014: “Secondo una revisione globale dei dati disponibili dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, nel 2013 il 35% delle donne di tutto il mondo – 1 su 3 – ha vissuto una forma di violenza fisica o/e sessuale”. Secondo questi dati fino al 70% delle donne avrebbe sperimentato violenza da una relazione affettiva e di intimità. Più di 64 milioni sarebbero le spose bambine nel mondo, con gravi conseguenze: “Gravidanze precoci e indesiderate, rischi potenzialmente letali per le complicazioni legate alla gestazione e al parto, principale causa di morte tra le ragazze tra i 15 e i 19 anni semplicemente perché non possono scegliere”. Sempre secondo il rapporto di Pangea “le donne e le ragazze rappresentano il 55% dei circa 20,9 milioni di vittime del lavoro forzato in tutto il mondo, e il 98 % dei circa 4,5 milioni di persone coinvolte nello sfruttamento sessuale. Lo stupro è una tattica dilagante delle guerre moderne. […] Stime prudenti indicano che tra 20.000 a 50.000 sono le donne violentate durante la guerra del 1992-1995 in Bosnia-Erzegovina, mentre circa 250.000 a 500.000 donne e ragazze sono state prese di mira nel genocidio del 1994 in Ruanda”.

E in Italia? Sulle pagine dei principali quotidiani sono apparsi oggi i risultati dell’indagine Eures sugli omicidi di donne per mano di mariti, fidanzati e parenti nell’anno 2013, a quanto pare il peggiore da quando esiste questo tipo di indagine statistica: sarebbero 179 le donne uccise, in pratica una ogni due giorni. Rispetto al 2012 sarebbero aumentate del 14%, con un aumento di oltre il 16% degli omicidi in ambito familiare (da 105 a 122, 7 delitti su 10). Le donne uccise in Italia nel 2013 sarebbero pari al 35,7% dei morti ammazzati, dato che se confrontato con quelli del 1990 (le donne erano “appena” l’11% delle vittime) si manifesta in tutta la sua crescente pericolosità. Il 66,4% delle donne uccise in ambito familiare sono state uccise dal marito, dal convivente o dall’ex coniuge. Ma sarebbero in aumento anche i matricidi “anche per effetto del perdurare della crisi”, spesso dettati dal bisogno di denaro o dall’esasperazione di convivenze imposte dalla necessità: anche in questo caso prevalentemente per mano dell’uomo (nel 91,7% dei casi i figli maschi e nell’8,3% le figlie femmine). Dal 2013 sarebbe il Sud l’area a più alto rischio con 75 vittime ed una crescita del 27,1% sull’anno precedente: il Lazio e la Campania, con 20 donne uccise, sono ai vertici della classifica, seguite da Lombardia (19) e Puglia (15). Ma è l’Umbria a registrare l’indice più alto (12,9 omicidi di donne per milione di donne residenti). Il femminicidio nelle regioni del Nord si configura essenzialmente come fenomeno familiare, al Sud è più alta l’incidenza delle donne uccise all’interno di rapporti di lavoro o di vicinato e dalla criminalità. Il movente è quasi sempre quello passionale: “Generalmente è la reazione dell’uomo alla decisione della donna di interrompere/chiudere un legame, più o meno formalizzato, o comunque di non volerlo ricostruire” si legge nel rapporto. A seguire quelli scaturiti dal “conflitto quotidiano” e subito dopo da interesse o denaro. Nel 45,9% dei casi il delitto viene compiuto nei primi tre mesi dalla rottura (il 21,6% nel primo mese e il 24,3% tra il primo e il terzo mese) ma c’è addirittura un 3,2% che avviene a 5 anni dalla separazione.

Ma non c’è solo l’atto estremo dell’omicidio: come scrive la Fondazione Pangea nel proprio rapporto, “ogni forma di violenza fisica sessuale, ma anche psicologica e lo stalking, possono comportare debilitazioni più o meno permanenti e disabilità fisiche, traumi psico-emotivi, difficoltà nelle relazioni affettive, lavorative, di mantenimento di sé. Nel caso ci siano dei figli, la trasmissione intra-generazionale della violenza può creare un effetto domino se non viene recuperata in tempo”. Non sono solo le percentuali in crescita delle donne uccise per mano del proprio partner a dover indignare: le donne sono infatti fortemente penalizzate nel lavoro, a parità del quale percepiscono uno stipendio inferiore ai colleghi maschi, anche e sopratutto per le questioni legate a gravidanza e maternità. Secondo i dati del rapporto Bes 2014 dell’Istat, però, sono anche più e meglio istruite degli uomini, nonostante siano fortemente sotto rappresentate in tutti i campi della società: dalla politica, all’economia, alle istituzioni, addirittura nello sport (basti pensare che non esiste il professionismo per le atlete donne e che, in virtù di questo, una calciatrice della serie a femminile non arriverà a percepire neanche un centesimo di quello che percepisce un collega uomo).

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