in , ,

Giornata Mondiale contro la Violenza sulle Donne: intervista a Elisabetta, da vittima di abusi a sostegno per donne in difficoltà

In occasione della Giornata Mondiale contro la Violenza sulle Donne, Urban Donna ha intervistato Elisabetta Simeoni che, a seguito della sua esperienza di violenza domestica, nel 2008 ha deciso di fondare l’Associazione Donna Valore per aiutare concretamente le donne che, come lei, hanno subito violenza fisica o psicologica.

Come è nata l’associazione Donna Valore?

“La motivazione principale è perché ho fatto l’esperienza personalmente con mia figlia, e anche se poi sono venuta a contatto con situazioni ben peggiori della mia, sempre di violenza domestica si trattava. La maggiore difficoltà che avevo incontrato nel momento del bisogno era proprio a chi rivolgermi e oltre agli amici non c’erano indicazioni da nessuna parte. Certamente c’era la polizia nei momenti di maggiore crisi o l’amico che viene a salvarti però le autorità competenti mancano un po’ di quella cosa chiamata “informare”. Così ho creato un sito e fondato l’associazione e dal 2008 mi occupo di consigliare le signore con cui vengo a contatto poiché subiscono questo tipo di problematica. Ho un avvocato che gratuitamente dà un supporto legale, ho alcune associate che si occupano dell’atto pratico e me stessa per dare supporto psicologico. Con l’associazione facciamo una serie di attività che sono volte a incrementare il nostro misero budget mensile: organizziamo dei laboratori con i bambini, dando la possibilità alle mamme di andare a fare la spesa tranquillamente, e abbiamo organizzato una banca del tempo: noi diamo oggetti del bisogno quotidiano in cambio del tempo di questa persona.”

Purtroppo parlare di questi argomenti non è mai facile, soprattutto se non lo si è provato sulla propria pelle. Quindi chiedo a lei che ha provato realmente questa situazione: cosa spinge le donne a sopportare per tanto tempo questo tipo di abusi?

“Nel mio caso si trattava di violenza psicologica e di dipendenza poiché io non ero economicamente indipendente e pensavo che senza di lui la mia bambina non avrebbe mangiato, fingevo di poter continuare a sopportare. Inizialmente c’è l’accettazione di una cosa che non si conosce e che quindi non si sa se sia buona o cattiva; poi c’è il senso di colpa, ovvero se lui fa così è perché me lo merito. Lo sbaglio successivo è continuare a vivere in questo senso di impotenza da una parte e di colpa dall’altra: gli anni passano e le persone non se ne accorgono. E’ ancora più difficile per una ragazza giovane che magari è alla prima esperienza e non sa che un matrimonio o una convivenza non devono essere per forza così. Sono tante ad esempio le persone che mi chiamano per violenza psicologica più che violenza in senso stretto e che forse è la peggiore perché fai fatica a dimostrarla e non si sa come venirne fuori: queste si chiamano “connivenze pericolose” e quando si tratta anche di minori la cosa diventa ancora più scoraggiante.”

In base alle storie e alle donne con cui è venuta in contatto, qual è secondo lei il momento in cui la donna dice basta?

“Per quel che riguarda la mia storia, è stato il momento in cui per evitare che si facesse male mia figlia, ho sbattuto io e mi sono lussata una spalla. In quel momento ho detto basta perché finché si tratta di noi è un conto, quando vediamo che il nostro non fare, non agire, mette in pericolo i nostri figli, allora lì scatta qualcosa, un senso di protezione che è più animale che umano e capisci che devi fare qualcosa, che così non va bene, che non meriti questo ma soprattutto che i tuoi bambini non meritano questo. Solo in quel momento ti adoperi, come ho fatto io e ho cominciato a parlarne. Perché all’inizio te ne vergogni: di fronte a tutti questi matrimoni perfetti, non si va a sbandierare di avere un marito che torna a casa drogato o ubriaco che ti mette le mani addosso. Quando però ho cominciato a parlarne ho anche visto che le persone erano dalla mia parte e a capire che forse ero nel giusto. In quel momento ho fatto la denuncia, lui è stato allontanato, e un assistente sociale mi ha aiutata visto che mio marito mi aveva fatto perdere anche il lavoro minacciando di morte il mio direttore e le mie colleghe affinché mi licenziassero. Ho notato quindi anche nelle altre signore con cui ho avuto modo di parlare che arriva un momento che, o per i figli o perché è veramente troppo, scatta qualcosa per dire basta. Ho di fronte a me tante situazioni in cui le signore ancora non hanno deciso e si vede perché malgrado tu gli metta la soluzione in mano, loro la guardano e stanno ferme. All’inizio presa dall’entusiasmo, mi mettevo io al posto delle signore che dovevo aiutare ma con il tempo ho capito che sbagliavo, che dovevo solo fare vedere la strada e se poi una persona la vuole imboccare bene, se no tu non puoi farci nulla. Le violenze sono solitamente i derivati di carenze affettive: tu non credi di essere in grado di bastare a te stessa e ai tuoi figli e, pur di non stare da sola, accetti anche una persona violenta basta che ti stia vicino, che ti faccia mangiare e che dia un tetto ai tuoi figli.”

Che cosa possono fare la società e le istituzioni per aiutare le donne in queste situazioni?

“Rendere più snella la burocrazia: nel momento in cui una donna denuncia, certamente bisogna indagare su quanto dice ma, prima di tutto, bisogna metterla in sicurezza assieme ai minori se ce ne sono, poi si fanno tutti i controlli del caso. Oggi invece accade che se una donna denuncia un abuso, la polizia fa la “ramanzina” al marito e qualche mese dopo la donna muore. Io sto cercando con tutte le mie forza a farmi dare dal comune un edificio, di cui io mi incaricherei di coprire tutte le spese, per dare un primo alloggio. Io più di una volta ho portato a casa mia donne appena picchiate con i loro figli perché non sapevano dove andare ma non è facile né per me né per la mia famiglia. Con questo edificio, io potrei metterle al sicuro, per dare loro il tempo di riprendere fiato. La prima cosa quindi è proprio togliere dalla situazione di pericolo le persone che denunciano il fatto. Non si può aspettare domani per fare i controlli perché domani quelle donne potrebbero essere morte.”

Credit Foto: g-stockstudio / Shutterstock

giornata mondiale contro violenza sulle donne

Giornata Mondiale contro la violenza sulle donne: la difficile condizione del genere femminile in Italia e nel Mondo

Luis Enrique Barcellona-Roma

Barcellona – Roma 6-1, Luis Enrique: “Non sono dispiaciuto, è il mio lavoro”