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Giornata mondiale contro l’Aids 2014: quanto ne sanno gli italiani?

Nella Giornata mondiale contro l’Aids 2014 abbiamo raggiunto al telefono Alessandra Cerioli, dal 2008 presidente di Lila, la Lega italiana per la lotta all’Aids nata nel 1987 che oltre a fare prevenzione si occupa di difendere i diritti delle persone sieropositive.

Qual è lo stato delle cose in Italia? “Senza bisogno di ricostruire le vecchie e discriminatorie categorie a rischio, voglio spiegare un fatto: in Italia abbiamo circa 4000 nuove infezioni all’anno e sono concentrate in fasce precise di popolazione, ad esempio tra gli Msm, gli uomini che fanno sesso con gli uomini. Che non sono gli omosessuali, attenzione– precisa- ma tutti quegli uomini che hanno rapporti occasionali con altri uomini, anche solo una volta”.

E questo che significa?: “Non si tratta ovviamente di stigmatizzare un comportamento– continua Alessandra- ma di prendere atto, come mostrano molti studi psicosociali, che meno è forte l’identità di genere, magari perché ci si vergogna ad ammettere di essere omosessuali, o perché neanche noi lo sappiamo con certezza, e più è debole l’empowerment; ecco che sono più frequenti i comportamenti a rischio, come il sesso clandestino e occasionale”.

Quali sono le altre categorie a rischio? “Ad esempio i clienti delle prostitute, anche se ci risulta che la maggior parte di loro faccia sesso protetto e che in questi casi, dove può essere forte il senso di colpa, molti si spaventano perché magari hanno toccato lo sportello che è stato toccato dalla prostituta subito dopo il preservativo usato. Ovviamente in questi casi non c’è alcun rischio, c’è però un pregiudizio sui comportamenti. E su quei comportamenti– spiega- mancano interventi mirati. Chi si occupa di attivare strategie di prevenzione nei confronti delle sex worker o dei sex worker?” si chiede Alessandra.

Non basterebbe che tutti usassero il preservativo? “Avere informazioni non è sempre indice di cambiamento. Anche avendo tutte le informazioni che vuoi, se pensi che il preservativo abbassi il piacere, semplicemente non lo usi. Non sono tutti inconsapevoli, alcuni lo accettano il rischio di contrarre l’Hiv”.

E cosa si può fare in questi casi? “Non dobbiamo giudicare ma trovare interventi e soluzioni che possano rivolgersi a quella fetta di popolazione che non usa coscientemente il preservativo. Penso ad esempio alla Prep (la profilassi pre-esposizione, un intervento farmacologico attuato prima di una possibile esposizione all’Hiv, allo scopo di prevenire il contagio, ndr), che funziona un po’ come la profilassi per la malaria: so che avrò un rapporto a rischio e mi tutelo. Con questi farmaci la possibilità di contrarre il virus è vicino allo zero. Un po’ come funziona per la pillola anticoncezionale. E’ inutile continuare con il moralismo– continua- o imporre un metodo che non può essere efficace per chi non lo vuole usare”.

Ma invoca cautela Alessandra, argomenti come questi sono delicati- specialmente in un paese moralista come il nostro- e non devono essere trattati con superficialità. Quello sulla Prep, poi, è un dibattito spinoso per l’intera comunità internazionale, ad esempio Il Post riportò le dichiarazioni che Kenneth Mayer, professore di medicina all’università di Harvard specializzato nella ricerca sull’HIV, rilasciò in un’intervista al New York Times: “Abbiamo avuto e dato per decenni la raccomandazione di usare il preservativo. Ora diciamo: ecco qui una pillola che potrebbe proteggerti se non usi il preservativo. È contrario a tutte le norme della comunità” avrebbe detto. Con tutta la cautela necessaria, però, siamo convinti che di temi come questi si debba parlare.

Dai dati pubblicati nel Notiziario ISS del novembre 2014 risulta che l’età del momento della diagnosi sia aumentata di una decina d’anni rispetto agli anni ’80 (25 anni nel 1985 e 37/38 nel 2013). Come mai? Ci si ammala più tardi o si fanno i test più tardi? “Non abbiamo un’epidemiologia così accurata da poter rispondere. Bisognerebbe capire chi sono queste persone. Ad esempio, vediamo il caso degli stranieri: in Toscana la maggior parte di quelli infettati nel 2013 sono brasiliani, gli uomini, e nigeriane, le donne. Capirete che prima di essere stranieri queste persone sono sex worker. E’ questo che a noi interesserebbe sapere, per poter offrire un’azione mirata, per andare direttamente dai soggetti più a rischio. L’età di per sé non dice niente, l’Iss dovrebbe cambiare il modo di esporre i dati”.

A questo proposito c’è una lettera che Lila, insieme a Arcigay, Nadir e Plus ha spedito il 6 agosto all’Istituto Superiore di Sanità, dove si chiede la modernizzazione degli strumenti di ricerca, scevri da ogni forma di imbarazzo o reticenza: “Noi non possiamo più tacere sulla scarsa efficacia e attenzione dello stesso Dipartimento di malattie infettive dell’Istituto nell’affrontare questo tema, che genera comunque un forte impatto sociale, sanitario ed anche economico” si legge chiaramente. “Almeno siamo riusciti ad avere una comunicazione dove l’Iss ha riconosciuto che gli Msm sono più a rischio– spiega Alessandra- ed è una novità di quest’anno, prima finiva tutto nel calderone dei rapporti sessuali”.

Poi, ad esempio, mi chiedo dove mettano un transessuale!” dice ironicamente la presidente di Lila. Ed è un’ironia comprensibile, sopratutto dopo aver fatto una giratina nei meandri della chat del sito della Lila, dove utenti di ogni genere ed età si scambiano paure e consigli (e dove la “scappatella” con i transessuali è fonte di ansia ricorrente).

Avete anche fatto un questionario web in collaborazione con l’Università di Bologna (e che noi di UrbanPost vi invitiamo a fare qui)… “Sì, volevamo capire a che punto stesse la consapevolezza” ci racconta Alessandra.

Com’è andata?Le domande sulle ultime scoperte scientifiche sono quelle andate peggio: ce n’era una, per esempio, su quando si può fare la profilassi post esposizione (Ppe, terapia che se presa entro 48 ore da un comportamento a rischio può ridurre la possibilità di contrarre il virus, ndr), una che chiedeva se avere delle malattie sessualmente trasmissibili aumenta il rischio di ricevere l’Hiv (in caso di rapporto non protetto con una persona sieropositiva). E poi il dato impressionante per cui il 62% degli intervistati ritiene probabile che una persona Hiv positiva che segue con successo la terapia anti Hiv possa trasmettere il virus ad altri”.

Invece, ci spiega benissimo Alessandra, una persona che è in terapia antiretrovirale e ha la carica virale soppressa non può trasmettere il virus, anche se ha rapporti senza preservativo: ma solo 1 persona su 3 conosce la TasP (Treatement as Prevention), cioè l’uso dei farmaci antiretrovirali per diminuire il rischio di trasmissione dell’Hiv da parte di chi è già sieropositivo. “La Tasp, a noi persone sieropositive, ci ha rivoluzionato la vita: se sei in coppia stabile puoi non usare il preservativo, e il concepimento e il parto possono essere fatti per via naturale”.

Queste sono informazioni praticamente sconosciute. Ed è un paradosso: “L’Aids è la patologia per cui è stata fatta più ricerca– ci spiega- e per cui si sono ottenuti più risultati per la vita delle persone. Eppure la disinformazione è sempre tanta, noi sieropositivi veniamo ancora percepiti come una minaccia”.

Qual è la discriminazione più frequente per un sieropositivo? “Quella all’inizio di una storia: la discriminazione più grande resta il rifiuto da parte di un partner”.

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