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Giornata mondiale dei migranti 2016: Grace, fuggita alla violenza di Boko Haram, ha dovuto dire addio a suo figlio [Speciale]

Giornata mondiale dei migranti 2016: la violenza di Boko Haram e le conseguenze sui bambini

In occasione della Giornata mondiale dei migranti 2016, UrbanPost ha voluto dare voce a tre storie di donne raccolte da Plan International che, in modi diversi, hanno subito le violenze e le conseguenze degli attacchi di Boko Haram. Per chi non lo sapesse si tratta di un’organizzazione terroristica jihadista sunnita diffusa nel nord della Nigeria, ad oggi alleata dello Stato Islamico, che dal 2009 tenta di instaurare un califfato islamico in Africa occidentale. “Boko Haram”, che letteralmente significa “L’istruzione occidentale è proibita”, ha infatti come principali obiettivi proprio le scuole: anche per questo motivo, le conseguenze maggiori degli attacchi si scagliano contro i bambini che rimangano senza famiglia, esuli e lontani dalla propria casa, senza nessuna protezione. Per questo, due sono i fenomeni più gravi degli attacchi di Boko Haram e del rapimento dei più piccoli: le femmine sono costrette a diventare spose bambine, violentate e obbligate a soddisfare i soldati, finendo spesso con il rimanere incinte mentre i maschi in breve sono arruolati e diventano bambini soldato. Secondo le stime, che contano oltre 21 milioni di persone afflitte dalle violenze, sono 2,6 milioni le persone che sono state costrette a lasciare le loro case a causa degli attacchi indiscriminati di Boko Haram.

Tra di esse c’è anche Grace, ecco la sua storia.

Giornata mondiale dei migranti 2016: il rapimento e la prigionia di Grace

Grace (utilizziamo un nome fittizio per tutelare la sua privacy) ha 40 anni e non ha nessuna idea di dove sia suo figlio. Non lo vede da due anni, da quando Boko Haram attaccò il suo villaggio e prese prigioniera la sua famiglia. Grace vive nello Stato di Adamawa, nel nord della Nigeria. Nei sei anni successivi, la zona è afflitta dalla violenza, da quando Boko Haram ha provato a espandere la sua influenza sulla regione. Le fattorie sono state sequestrate, i villaggi razziati e milioni di persone si sono disperse nella zona per scappare dalla scia di violenza di Boko Haram e dalla fame e dalla povertà che si porta dietro. Era mattina presto quando Boko Haram attaccò il villaggio di Grace e si cominciarono a sentire i rumori degli spari e le urla strazianti dei suoi vicini di casa. “Loro iniziarono bruciando le nostre proprietà. Bruciarono i nostri depositi di nocciole, mais, riso, fagioli, tutto il nostro cibo per il bestiame” ricorda la donna. Durante la confusione, qualcuno del villaggio riuscì a scappare nella foresta. Ad ogni modo, incinta all’ottavo mese, Grace sapeva che non avrebbe potuto fuggire. Fu afferrata a pochi metri dalla porta di casa, suo marito e suo figlio di 12 anni furono scoperti pochi istanti dopo. “Legarono le mani di mio marito e di mio figlio dietro alle loro schiene e ci caricarono tutti su dei camion. Viaggiammo per molto tempo e arrivammo in un grande spiazzo. Lì venimmo trascinati in un grosso edificio e separati. Gli uomini e i ragazzi furono portati via”. Quella fu l’ultima volta che Grace vide suo figlio.

“Il giorno dopo fummo obbligati a fare un religioso bagno rituale. Ci dissero che dovevamo accettare la nostra nuova fede. La punizione al rifiuto sarebbe stata la morte”. Separata dalla sua famiglia, incinta e impaurita, Grace si attenne alle richieste dei suoi rapitori. Scappare appariva impossibile, le poche energie che le erano rimaste, si erano esaurite cercando di respingere le percosse che aveva ricevuto. Senza alternative, si adattò alle nuove abitudini, sperando di salvare la sua vita e quella del bambino che portava in grembo.

=> LEGGETE LE ALTRE DUE STORIE DELLO ‘SPECIALE BOKO HARAM’

Giornata mondiale dei migranti 2016: la fuga di Grace e la speranza di ritrovare suo figlio

I dettagli della sua prigionia sono offuscati. Grace ricorda che doveva cucinare per gli uomini, pulire gli edifici e come le venisse dato lo stesso magro piatto ogni giorno. Le giornate si fondono in un unico lungo ricordo di schiavitù. E’ solo quando inizia a descrivere la sua fuga che Grace si illumina e si anima, è subito chiaro che mentre racconta questi ricordi si fanno più vividi. “Una notte ero uscita per andare al bagno e notai che il cancello della nostra prigione era stato lasciato aperto. Capii che quella poteva essere la mia unica opportunità, il mio bambino sarebbe nato di li a poco e se non fossi scappata prima della sua nascita, sapevo che non avrei avuto un’altra chance. Corsi attraverso il cancello e malgrado fossi incinta, scalai la recinzione del perimetro e scappai nella foresta. Non conoscevo la mia direzione. Continuai a muovermi, andando a tentoni nell’oscurità fino a che non giunsi ad un villaggio dopo molte ore di cammino. Il giorno dopo, trovai la strada per tornare a casa”.

Sono passati due anni da quando Grace è riuscita a scappare dalla violenza di Boko Haram. Fortunatamente anche suo marito ha avuto la forza di fuggire e i due hanno cominciato a rimettere insieme i pezzi della loro vita. Grace però non ha più avuto notizie di suo figlio. Da quanto si sa, i militanti si sono mossi da quella zona e Grace è convinta che lo abbiano portato con loro. “E’ da qualche parte…” dice, guardando le montagne in lontananza. “Non posso immaginare dove sia o cosa stia facendo. Posso solo pregare che un giorno ritrovi la strada di casa”. I bambini pagano un caro prezzo nelle mani di Boko Haram e chiunque nel villaggio di Grace ricorda almeno un bambino che è stato rapito, la maggior parte rimane dispersa. Anche se non possono esserne certi, i loro genitori temono il peggio. Le storie delle spose bambine e dei bambini soldato di Boko Haram sono fin troppo conosciute nella zona.

Foto: Plan International

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