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Giovanbattista Venditti: intervista esclusiva al cuore tenero del ‘Gran Sasso’

Il rugbista Giovanbattista Venditti, abruzzese doc, si confessa ad Urbanpost in una intervista esclusiva parlando  del suo amore per il rugby, della sua dedizione, della fatica fisica e dei sacrifici ma anche dell’affetto dei tifosi, dell’importanza della passione nel seguire i sogni, delle ambizioni che devono andare a braccetto con un’enorme dose di disciplina.

Come ti sei avvicinato al rugby, chi ti ha fatto conoscere questo sport? Avevo 9 anni quando sono andato casualmente a fare un allenamento di rugby e me ne sono innamorato subito. Il mio allora compagno di banco aveva appena iniziato e tutta era nato come svago, semplicemente per passare del tempo insieme. Da allora non ho più smesso.

Qual è secondo te la realtà di un rugbista professionista in Italia? Quanti sacrifici ti hanno portato fino a qui? Purtroppo in Italia non c’è una cultura rugbistica radicata come in altri paesi quindi è difficile parlare di professionismo. Sicuramente per eccellere in qualcosa si deve sempre fare i conti con i sacrifici, ancora di più nel mondo dello sport dove è molto difficile mentire. Seguire il proprio sogno può mettere di fronte a scelte non sempre facili ed avere il coraggio di prendere certe decisioni non è da tutti.

Quale emozione hai provato quando hai esordito al Sei Nazioni nel 2012 e quanta carica ti danno, in generale, i tifosi? Rappresentare il proprio paese è un’emozione indescrivibile, mentre sei li che canti l’inno ti vengono in mente i tuoi familiari, i tuoi amici più stretti ed è come se giocassi anche per loro. Ricordo che durante l’inno le parole facevano fatica ad uscire, non riuscivo a smettere di singhiozzare. I tifosi poi sono veramente il nostro carburante…Essere al centro di un campo ti mette di fronte a tante pressioni difficili da gestire, ma sentire anche un solo incoraggiamento oppure un solo messaggio di stima è sempre confortante. I veri tifosi sono capaci di far tornare il sorriso o le forze attraverso il proprio tifo. Mille “tifosi” che giudicano con cattiveria ed invidia non valgono un solo vero appassionato.

Cosa consiglieresti a un ragazzino che vuole intraprendere la tua stessa carriera? Emergere nello sport è il sogno della maggior parte dei ragazzini quindi una grande dose di passione è naturale ci sia, ma oltre a questo ci deve essere un’enorme dose di disciplina! Avere le idee chiare fin da subito aiuta a superare qualsiasi difficoltà.

Dove vedi il tuo futuro? C’è una squadra in particolare dove vorresti giocare?
Mi piacerebbe giocare all’ estero perché vorrei tanto provare qualcosa di diverso dall’Italia. Oltre a una nuova cultura da poter scoprire a fondo c’è un sistema sportivo fatto di professionalità a cui non siamo abituati, qui non sempre c’è rispetto per il lavoro e per le persone, cosa che secondo me è imprescindibile.

In un’intervista hai dichiarato di far parte del ‘Cammino Neocatecumenale’: quindi quanto conta la fede per te? Sono cresciuto in una famiglia cristiana e sono consapevole della fortuna che ho avuto. Al mondo d’oggi è sempre più difficile accettare dimensioni diverse da quelle facilmente comprensibile, la superficialità si insinua in ogni ambito e l’uomo da solo pensa di poter cambiare tutto.

Hai diversi soprannomi: Gran Sasso, Giamba ma se tu dovessi ‘crearne’ uno per te stesso, quale sarebbe? Avere dei soprannomi mi piace molto, crea fin da subito un legame leggermente più stretto! Tutti quelli che mi hanno dato mi piacciono e non saprei trovarne di più adatti.

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