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Giovani italiani in carriera all’estero: Michele Adilardi, da Tropea alla “Grande Mela” [INTERVISTA]

No, non si tratta dell’ennesima serie sulla presunta e fin troppo citata fuga di cervelli e nemmeno di un altro episodio della retorica sugli “Italians”, connazionali costretti a scegliere un paese estero per realizzare i propri sogni. No, qui raccontiamo semplicemente le vicende di alcuni italiani di successo, realizzatesi lontano dalla madre patria per scelta e non per costrizione.

Iniziamo con una storia che ci ha affascinato fin dal giorno in cui, per assoluto caso, l’abbiamo scoperta. E’ la storia di un ragazzo calabrese, oggi a 27 anni direttore vendite mercato luxury di un’importante catena alberghiera multinazionale, partito sette anni fa da Tropea con tanti sogni in tasca e una voglia incredibile di costruire il proprio futuro. Futuro che ha costruito con tanta volontà, impegno e certo una buona dose di fortuna che, mi permetterete, è quella che sorride sempre alle persone intraprendenti e capaci.

Sì, sono storie di successo personale quelle che stiamo raccontando e quella di Michele Adilardi non potrebbe essere etichettata diversamente. Concordiamo una breve intervista telefonica e finisce che stiamo due ore su Facetime… Michele è dall’altra parte dell’oceano nel suo ufficio a tarda sera, io a Milano, nel mio, in una fresca mattina d’autunno. Il racconto si dipana velocemente, tra una serie incredibile di aneddoti ed eventi che hanno caratterizzato i sette anni in cui Michele ha costruito il suo presente. La prima domanda è direttissima.

Michele, come hai fatto ad arrivare dove sei a soli 27 anni?

“E’ molto più semplice di quello che immagini: è stato grazie ad una serie di coincidenze, al fatto di aver sempre creduto nelle scelte fatte e al sostegno che ho sempre avuto dalla mia famiglia, da mio padre e mia madre. A diciannove anni sei molto giovane e non tutti forse riuscirebbero a fare quello che ho fatto io, senza la fortuna di avere genitori fantastici e con una visione del mondo molta aperta. Inoltre sarò per sempre grato alle famiglie Berto/Smith (Berto, la figlia dello scrittore Giuseppe Berto che era di casa tra Capo Vaticano e Tropea, dove è cresciuto anche Michele, ndr) e Dini-Arbarello che per primi nel 2008 mi hanno accolto e aperto casa in America.”

Come è nata l’idea di trasferirti negli Stati Uniti?

“Ero ancora in quarta Liceo, a Tropea, e già dicevo ai miei genitori che dopo il diploma avrei voluto fare subito un’esperienza all’estero, migliorare le mie conoscenze linguistiche. Ero attratto da questa idea fin dai tempi delle scuole medie, quando ebbi l’opportunità di alcuni soggiorni di studio estivi in Inghilterra. Arrivato all’ultimo anno di Liceo iniziai a prendere informazioni sulle università in Gran Bretagna, perché avrei voluto proseguire gli studi proprio in un ateneo inglese. Ne parlai in famiglia e fu mio padre a dire ‘Perché solo il Regno Unito, non valuti anche l’America? L’America è meglio’, suggerimento che trovava d’accordo anche mia madre. Inoltre c’era da considerare il fatto che avevamo amici a Washington e New York e questo giustamente agli occhi dei miei genitori appariva come un vantaggio e mia sorella maggiore era stata due anni in America.”

E’ stato difficile organizzare la partenza per gli States?

“Ho iniziato a cercare le informazioni per fare le application ai college americani. Se vuoi andare in America a studiare al college privato devi fare gli ‘Sat’ (Scholastic Aptitude Test, ndr) ed era quello che volevo fare, perché le università private sono davvero una spanna sopra le pubbliche. Volevo iscrivermi in un college prestigioso, o alla Columbia o a Harvard o ancora alla Boston University e studiare relazioni internazionali. Per potersi iscrivere devi avere la maturità americana, quindi appena conseguito il diploma a Tropea mi misi a studiare per conseguire la maturità americana nel successivo mese di settembre.”

Come ti sei preparato per superare l’ammissione al college?

“E’ andata a finire che nell’estate del 2008 studiai come un matto, ad agosto partii per Washington per iscrivermi ad una scuola internazionale specializzata proprio per affrontare l’iscrizione al College. Il primo scoglio, a settembre, fu l’esame Toefl per valutare le mie conoscenze linguistiche, poi studiai fino a dicembre in attesa di affrontare l’esame di ammissione al College: la domanda, negli States, va presentata un anno prima. Alla fine del 2008 poi mi spostai a New York, e mi riposai un po’ perché avevo avuto sei mesi molto stressanti.”

A quale College ti sei iscritto poi?

“Ad aprile del 2009 arrivarono le prime risposte dai college: ero stato preso all’American University di Washington, una delle migliori per gli studi di relazioni internazionali: la lettera di ammissione arrivò proprio quando c’erano i miei genitori, venuti a trovarmi per la prima volta da quando ero partito. In quello stesso momento avevo fatto domanda prestiti internazionali con la Terry Loan, che era l’unica società finanziaria a concedere prestiti d’onore a non americani, ma che poi disgraziatamente fallì a causa del crollo economico del 2008. Io mi ritrovai con l’ammissione all’American University e con una fee da 50000 dollari che non potevo sostenere. Così decisi di non iscrivermi al college in Usa, ma di iniziare gli studi universitari nell’autunno successivo in Italia, a Roma Tre. Sentii della Green Card non appena arrivai nel 2008 a Washington a feci application ma me ne dimenticai completamente…”

La Green Card fu quindi la svolta: come è andata a finire?

“E’ andata a finire che io feci domanda quasi per scherzo e poi me ne dimenticai proprio. I risultati sarebbero arrivati solo un anno dopo, quindi nell’estate del 2009. Nel frattempo io ero rientrato in Italia e mi ero iscritto a Roma Tre. Volevo anche fare un’esperienza di lavoro, quindi chiesi aiuto a mio fratello maggiore a Tropea, per aiutarmi a trovare un’occupazione stagionale nel settore turistico. “

Qual è stata la tua prima esperienza nel settore che poi diventerà il trampolino di lancio per la tua carriera?

“Trovai un impiego in Meeting Point International, tour operator che ha uffici a Tropea come a Monaco, Dubai e negli Usa: fui selezionato via Skype quando ero ancora negli States. Apprezzarono il fatto che studiassi le lingue e che avessi superato l’application per un college prestigioso.”

Quindi sei tornato in Italia… per quanto sei rimasto?

“In realtà molto poco: a luglio del 2009 mi chiamarono i miei amici da Washington per dirmi che era arrivato un pacco per me dal Dipartimento di Stato e che erano i documenti della Green Card. Ero stato preselezionato! Preparai tutta la documentazione per la seconda selezione durante l’estate, mentre lavoravo a Tropea. Il 1° novembre, quando mi ero già trasferito a Roma per studiare a Roma Tre mi arrivò la seconda comunicazione per la Green Card, ero stato selezionato: in gennaio avrei avuto il colloquio e l’esame finale con il Console a Napoli, a gennaio 2010.”

Come hai preso questo avvenimento? Di fatto eri ad un passo dall’ottenimento del permesso di soggiorno in America.

“Ero molto confuso, mi ero appena iscritto all’università a Roma, ma certo volevo tornare in Usa che era da sempre il mio sogno. Superato il colloquio e le visite mediche a Napoli, tornai negli Stati Uniti a febbraio del 2010, per convalidare la Green Card: da quel momento avevo ufficialmente un permesso di soggiorno… ma non un lavoro! Diedi ancora la disponibilità a Meeting Point International per la stagione estiva a Tropea ma certo, avevo intenzione di trovare un’occupazione negli Usa, possibilmente a New York. Così ho cercato la sede centrale di Meeting Point International negli Usa.”

Cosa hai fatto? Hai bussato fisicamente alla porta dell’azienda?

“Sì, davvero. Andai negli uffici di New York e parlai con un ragazzo, Dietmar, e mi proposi immediatamente per una internship gratuita, spiegando che avevo la Green Card, che avevo intenzione di iscrivermi anche al College. Lui mi disse che a New York erano in subbuglio per un cambio sede, ma che sicuramente nella sede di Orlando, in Florida, avrei potuto trovare spazio. Mi mise in contatto con una ragazza italiana, Simona, che lavorava appunto presso la sede Meeting Point International di Orlando: lei mi disse, che sì, si poteva fare per la internship ma allo stesso tempo, visto il mio curriculum – pensa a quanto è libero il mercato del lavoro in America – mi disse di propormi anche alla concorrenza, dandomi fisicamente i nomi delle persone da contattare”

Come è andata quindi, hai fatto la internship a Orlando?

“No, perché in realtà inviai il curriculum ad una società a New York, la Kuoni, un tour operator molto importante con base a Zurigo e concorrente di Meeting Point International. Nemmeno due giorni dopo mi chiamarono per un colloquio e mi presero per una internship. Avvisai che da aprile a ottobre sarei dovuto rientrare in Italia, perché avevo concordato un lavoro stagionale, ma poche settimane prima della scadenza mi fecero una proposta di lavoro. Io però avevo dato la parola e quindi dissi che sarei tornato in Italia per il lavoro stagionale e sarei tornato ad agosto per un nuovo colloquio.”

Cosa è successo dopo il lavoro stagionale in Italia, sei tornato subito negli States?

“A dicembre 2010 mi arrivò l’offerta di lavoro in Kuoni, ma per la sede di Orlando. Io tornai negli Stati Uniti e a febbraio 2011 mi trasferii in Florida, a Orlando. Fu un periodo molto intenso e anche piuttosto duro per me che arrivavo dall’esperienza di vita prima a Washington e poi a New York dove comunque conoscevo molte persone. Ho avuto la fortuna di incontrare Daniela e Conrado, una coppia di amici brasiliani che oggi considero famiglia e non passa giorno senza scambiare un messaggio o una chiamata via Facetime. Daniela e Conrado sono stati la mia famiglia lì, ed oggi trascorriamo le vacanze assieme. Sono stati anche a Tropea miei ospiti la scorsa estate per festeggiare il loro settimo anniversario di matrimonio.”

Come sei tornato infine a New York?

“In autunno chiesi di poter tornare in Kuoni a New York e il mio capo disse che se ne poteva parlare, ma non seppi più niente per diverse settimane. Quindi venni a sapere di una posizione in Sales presso la sede Kuoni di Miami e mi candidai… così il mio capo si convinse ad accordarmi – finalmente – il trasferimento a New York, però senza aumento e questo era penalizzante visto il maggiore costo della vita nella Grande Mela rispetto ad Orlando.”

Quindi hai deciso di cambiare?

“Sì, decisi di mettermi sul mercato. Un giorno quasi per caso mi arrivò sulla scrivania una pratica relativa ad un hotel della catena Starwood… da una telefonata per risolvere un problema nacque un’opportunità: conobbi una ragazza italiana Elena, che mi segnalò una posizione di International Sales Executive per un grande hotel di New York: avrei dovuto seguire i mercati russi, mediorientali e nordeuropei. Mandai il curriculum, mi chiamarono dopo due settimane e mi presero nonostante non avessi i cinque anni d’esperienza necessari per quella posizione. Chiesi tempo fino a Natale, perché volevo comunque uscire in buoni rapporti dalla precedente azienda.”

Come è stata l’esperienza in Starwood?

“Sono stato con loro per due anni dal 2012 al 2014 ed è stata un’esperienza fantastica: presso il Parker Meridien New York ho aperto mercati per loro nuovi, sia l’est europeo che i paesi del Golfo, e sono cresciuto molto. Ho gestito la contrattazione corporate, government imparando a curare business molto diversi. Ho girato molto i paesi arabi, contrattando con sceicchi e funzionari governativi in Arabia Saudita, Emirati Arabi, Kuwait, Qatar. Sono stato due anni con loro, ottenendo la promozione a International Sales Manager e rivestendo un ruolo di sempre maggiore responsabilità.”

E poi qual è stato il passo successivo?

“Dopo l’esperienza in Meridien mi volevano in Starwood Corporate ma a Dubai. Io ero riluttante perché avevo preso casa a New York e avevo tutti i miei amici lì. Allora mi proposero Starwood Corporate negli Stati Uniti, dove avrei avuto la possibilità di vendere otto brand di hotel tutti prestigiosi. Mi arrivò un’email per una posizione come account director international sales ma su Boston: al che io presi tempo, perché ragionai sul fatto che una posizione del genere non a New York era eccentrica. Passarono nemmeno cinque ore che ricevetti una nuova telefonata dalle risorse umane: mi proponevano lo stesso lavoro ma a New York era proprio quello che volevo io! Sono stato assunto a maggio 2014 in questo nuovo ruolo. “

Nel frattempo è successo qualcosa di molto importante per te…

“Sì, sono diventato americano! Ho avuto il passaporto a marzo 2015, cinque anni dopo l’ottenimento della Green Card. Sono molto contento, la cosa più bella dell’America è che tutti possono farlo. Ad esempio ho invitato un mio amico d’infazia, Vincenzo, per tre mesi a casa da me, per imparare l’inglese: tutti possono farlo, tutti possono provare.”

Da Starwood a Omni Hotels: come è iniziata la nuova avventura?

“E’ iniziata come sempre con una proposta, che ho deciso di accettare perché molto stimolante e vantaggiosa economicamente. A marzo del 2016 ho accettato la posizione di Director of Luxury Leisure Industry Sales at Omni Hotels & Resorts: un grande passo in avanti in una società prestigiosa e in crescita. E’ un lavoro impegnativo ma molto, molto affascinante in un segmento di mercato importantissimo per la società, dove seguirò anche le vendite sul mercato Diplomatico incluse relazioni esterne con le Nazioni Unite e le varie Missioni di ogni Paese”.

Com’è vivere a New York?

“E’ fantastico. E’ una città dove puoi vivere pienamente. Prima di tutto devi imparare a star bene con te stesso, perché si è molto soli: chi fa un lavoro come il mio è molto impegnato, dalla mattina alla sera. Magari non ci si vede per mesi, però poi hai la possibilità di organizzare un aperitivo con colleghi di tutto il mondo, italiani, greci, francesi, olandesi. Io faccio vita quasi ritirata, vado a letto presto, però mi piace ballare… non posso certo andare in discoteca fino a tarda ora con il lavoro che faccio! Sai cosa hanno inventato a NYC? I New York City Day Breaker: si balla alle 6 del mattino, ogni due mercoledì del mese, in una wearhouse, e alla fine si fa colazione solo con caffè, succhi di frutta. La “Grande Mela” è una città meravigliosa che offre migliaia di opportunità per tutti i gusti e le esigenze. A New York nessuno ti giudica, puoi essere quello che vuoi.”

Ti mancano l’Italia e la Calabria?

“Sì certo, mi manca soprattutto la famiglia. Però almeno due, tre volte l’anno riesco a rientrare per un breve periodo e poi viaggiando ho occasione di incontrare i miei familiari ogni due/tre mesi. E poi, lavorando all’estero, ho il privilegio di poter scegliere di fare le vacanze in Italia (ride). Per lavoro ho visto per il momento quarantaquattro paesi del mondo. Lo scorso anno, in Starwood, non ho disfatto la valigia praticamente per cinque mesi. Però mi sento a casa a New York perché ogni volta che torno, apro la porta e guardo la skyline della città dalla grande finestra di casa, penso: Il mio sogno si è realizzato”.

Che caratteristiche bisogna avere per crescere e realizzarsi fuori dal nostro paese?

“Bisogna avere determinazione, coraggio e spirito d’iniziativa. Devi metterti in gioco ed esser umile, perché bisogna avere la saggezza di capire ‘qui funziona così’ e non tentare di ricreare l’Italia in un altro paese. La cosa che mi piace molto dell’America è che è molto meritocratica e chi osa, sapendo fare, è premiato. E poi noi abituati al ‘casino’ italiano ce la caviamo sempre, siamo rodati alle prove più difficili. L’importante è crederci sempre, davvero: se credi davvero di realizzare qualcosa d’importante e lo desideri con tutte le tue forze, allora ce la puoi fare!”

Che cos’è per te “l’America”?

“E’ il sogno che si realizza, ma con la differenza che mentre negli anni ’40  i nostri nonni partivano con nulla, oggi noi arriviamo con altre doti ed opportunità e con una rete di conoscenze ed amicizie che fa la differenza. Anche io nel 2009 ho fatto il cameriere, ho insegnato l’italiano a Washington per fare qualche soldo i primi tempi, ma certo oggi chi decide di venire negli States parte abbastanza sicuro di potercela fare, se ha determinazione e iniziativa, come è successo a me. Se riguardo indietro, rifarei tutto!”

Written by Andrea Monaci

49 anni, è direttore editoriale di Urbanpost.it fin dalla sua fondazione nel 2012. Ha iniziato la sua carriera nel 1996, si è occupato principalmente di lavoro, criminalità organizzata e politica. Ha scritto per "Il Secolo XIX", "Lavoro e Carriere", "La Voce dei Laghi", "La Cronaca di Varese".

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