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Giulio Regeni non deve essere dimenticato: la grande bugia dell’Egitto

Ce n’è bisogno, è un dovere, e forse qualcosa di più. Ora più che mai serve che la storia di Giulio Regeni non passi nel dimenticatoio. Giulio Regeni sono io, è il figlio del vostro vicino di casa, è l’amico di una vita. Se c’è una cosa che possiamo recuperare dalle sabbie dell’Egitto è la voglia di non dimenticare. Si sa, le parole passano e l’indignazione anche. Ed infatti non è questo il sentimento che deve muovere le persone.  Attaccato al collo del cadavere del ricercatore 28enne c’è un biglietto con una data di scadenza, ovvero quella dell’attenzione mediatica sul suo caso. Siamo di fronte ad un oltraggio, quasi una mossa dilettantesca. A Bruxelles scoppiano le bombe, i mass media si lanciano sulla notizia e miracolosamente in un’appartamento del Cairo vengono rinvenuti i documenti di Giulio.

Un copione che sembra fosse già stato provato durante questi mesi: sono stati i fratelli musulmani, è stato un incidente, sono stati criminali comuni. Qualsiasi altra opzione era stata catalogata come illazione. Eppure è quasi impossibile ignorare gli indizi, le testimonianze, le amnesia della Polizia egiziana, i continui cambi di versione degli investigatori e le inchieste del New York Times. Nessuna vittoria. Qualcuno, dopo che Al Sisi aveva aperto alla collaborazione con gli italiani, aveva già pronti i festoni, lo champagne e i salatini, eppure le cose sono andate diversamente. O meglio: sono andate esattamente come dovevano andare. Regeni è un cadavere, cinque uomini sono stati uccisi, meglio morti almeno non possono parlare, e il caso è risolto. Se oggi noi  dovessimo dimenticare Giulio Regeni, ed è probabile che avvenga, il nostro domani sarebbe ancora più vuoto.

Vuoto perché avremmo dimostrato ancora una volta al mondo il modo con cui conduciamo la nostra ricerca di verità. Verità non come fine ultimo, ma come gossip da cronaca nera. Niente più che l’ennesimo caso per saziare la voglia di un macabro pettegolezzo. Non a caso il soggetto di questo articolo è il pubblico. La fiducia nelle Istituzioni è passata da un pezzo, speriamo solo nel miracolo. Come fare ad avere fiducia in un “Presidente” democraticamente posizionato al potere con un colpo di stato? Come fare ad avere fiducia nell’opera del nostro Governo? Felice dell’apertura di Al Sisi. Come fare ad avere fiducia negli investigatori egiziani? E su questo argomento tralascio qualsiasi considerazione, visto il conflitto d’interessi sul caso. L’ultimo faro nel buio può essere quello degli inquirenti italiani, comunque ostacolati nel loro lavoro in Egitto.

Giulio Regeni aveva 28 anni, credeva di poter cambiare le cose. Che sciocchezza. Senza fare banale retorica da bar, il ragazzo non è stato che il coperchio di un vaso di Pandora. Un vaso che è stato coperto con una soluzione di comodo. Com’è possibile che dei criminali abbiano conservato per settimane i documenti del ricercatore? In fondo si tratta di prove. Cestini in Egitto ce ne saranno? Buttarli non sarebbe stato un problema. Che senso ha avuto torturare una persona per dieci giorni? Dov’è la richiesta di riscatto? Ciò che è successo al Cairo è un insulto all’intelligenza umana. Giulio Regeni non deve essere dimenticato.

 

 

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