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Giuseppe Fava: il ricordo del giornalista messo a tacere con le pallottole da Cosa Nostra

“Io vorrei che gli italiani sapessero che non è vero che i siciliani sono mafiosi, i siciliani lottano da trenta secoli contro la mafia. I mafiosi stanno in Parlamento, i mafiosi a volte sono ministri, i mafiosi sono banchieri, i mafiosi sono quelli che in questo momento sono ai vertici della nazione” – queste le parole pronunciate da Giuseppe Fava in una delle ultimissime interviste rilasciate dal giornalista solo sette giorni prima di quel tragico 5 Gennaio del 1984, quando veniva ucciso per mano di Cosa Nostra. È morto per queste parole?

Alle 21.30 circa del 5 Gennaio del 1984, Giuseppe Fava viene freddato con cinque colpi di arma da fuoco calibro 7.65 sparati alla nuca, in via dello Stadio a Catania. Succede raramente che in un caso di omicidio il movente sia così chiaro fin dal primissimo momento: Giuseppe Fava è stato ucciso dalla mafia per la storia della sua vita e per il suo lavoro, per il suo impegno come giornalista, per le denunce continue fatte in quegli anni nei suoi articoli e nelle sue interviste. Fava, infatti, in quegli anni in cui l’attività mafiosa era in pieno fermento, ha descritto chiaramente la realtà catanese di allora, descrizione ancora oggi attuale di ‘un società messa di fronte all’emergenza di una gravissima questione morale da risolvere guardando ai valori della democrazia’.

Quando cinque proiettili di una pistola calibro 7,65 lo colpirono alla testa quella sera del 5 gennaio del 1984, la prima ipotesi fu proprio quella della pista mafiosa catanese che portava dritti ad un nome, quello di Nitto Santapaola, capo indiscusso e alleato dei “villani” di Corleone. Ci vollero però vent’anni prima che una sentenza del tribunale accertasse cosa ci fosse dietro l’omicidio del giornalista siciliano. Per l’omicidio Fava sono stati condannati in maniera definitiva Benedetto Santapaola e il nipote Aldo Ercolano oltre a Maurizio Avola che ha patteggiato una condanna a sette anni.

All’epoca Catania e i catanesi manifestarono la loro solidarietà per la morte di Giuseppe Fava rispettando un minuto di silenzio, un minuto che poteva e potrebbe ancora oggi sembrare un’intera vita per quanti non trovano il coraggio di denunciare, così come invece ha sempre fatto Giuseppe Fava. A 31 anni dal suo assassinio, il ricordo di Giuseppe Fava, dell’uomo, del suo coraggio e del suo talento, è vivo in quella città, Catania, che lui amava profondamente. Il grido di Fava, messo a tacere con le pallottole, ancora è vivo nella mente dei catanesi e, più in generale, degli italiani: “A che serve vivere se non c’è il coraggio di lottare?”.

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