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Gli uomini delle scorta di Falcone e Borsellino, storie che non si raccontano mai (SPECIALE MAFIE)

Oggi UrbanMemories dedica il consueto appuntamento celebrativo della ricorrenza quotidiana a Padre Puglisi, assassinato dalla mafia il 15 settembre di 22 anni fa. Da questo triste anniversario è nata l’idea di creare uno speciale sulle mafie che ha coinvolto svariati giornalisti della redazione che stanno raccontando storie di mafia attuali e passate. Nello spazio messomi a disposizione dello speciale vorrei parlare degli agenti della scorta di Falcone e di Borsellino; anch’essi morti negli attentati di Capaci e di via D’Amelio. Il giudice Falcone sentiva di essere stato lasciato solo dai suoi colleghi, dalle istituzioni, dai pezzi grossi dei palazzi; quest’amara coscienza l’ha condotto alla sua previsione mortale passata alla storia “Si muore quando si viene lasciati soli“.

Non si può certo lasciare pubblicamente solo un giudice antimafia, si deve pure dare una parvenza di sostegno a personaggi tanto in vista, in caso contrario che figura ci fa lo Stato? La coreografia di sicurezza, per mostrare all’Italia che lo Stato non abbandona i suoi martiri, era data dalla scorta. Uomini e donne facenti parte di nuclei speciali, dalla parte di quella che gli pareva la giustizia. C’è un film, nemmeno bellissimo, “Palermo Milano sola andata” che si focalizza proprio sulla mancanza di coscienza con la quale, di sovente, si decide di sacrificare i “tonni“. Questa cosa dei tonni mi ha sempre colpita, così li aveva chiamati Giancarlo Giannini, perfettamente calato nel suo personaggio cinico. Come a dire che se muore uno squalo lo sanno tutti, ma i tonni alla mattanza sono pure abituati. Ecco, questi tonni avevano un nome, una professionalità e sono morti a Capaci e in via D’Amelio.

Nella strage di Capaci hanno perso la vita Vito Schifani, 27 anni, una moglie di 22 anni, Rosaria, e un figlio di 4 mesi. Durante i funerali pubblici tutti ricordano il discorso della giovanissima vedova, fisicamente sorretta dai familiari che, rivolgendosi direttamente ai responsabili della strage, dice “Io vi perdono, ma dovete mettervi in ginocchio“. Rocco Dicillo 30 anni e Antonio Montinaro. Tutti e tre morti sul colpo perché proprio la loro auto è stata quella investita in pieno dalla deflagrazione; un urto talmente violento che ha sbalzato macchina e corpi in un uliveto a circa 10 metri dal luogo dell’esplosione.

In via D’Amelio, invece, una bomba aspettava Paolo Borsellino: appena l’uomo ha premuto il citofono della madre l’esplosione l’ha investito uccidendo anche cinque persone della sua scorta. Agostino Catalano, 42 anni, rimasto vedovo nell’89 si era appena risposato, aveva due figli. Il giorno della tragedia era in ferie, la scorta di Borsellino era sotto il numero minimo e serviva un agente aggiuntivo, così ha raggiunto il magistrato e i colleghi trovando la morte. Emanuela Loi, 25 anni, è stata la prima agente donna della Polizia di Stato italiana ad essere uccisa durante il servizio. Su di lei è stato scritto un libro “La ragazza poliziotto”, Emanuela avrebbe dovuto sposarsi poco dopo, sua madre voleva metterle il vestito da sposa per seppellirla: è stato difficile spiegarle che del corpo della figlia non restava nulla; una mano di Emanuela è stata ritrovata al primo piano della palazzina. Borsellino le aveva detto, sorridendo: “Mi hanno dato per scorta una ragazza che con un soffio cade a terra”. Vincenzo Li Muli, l’agente di cui si hanno meno notizie: non aveva famiglia, a piangerlo sono stati i genitori e i fratelli. Walter Eddie Cosina, 31 anni, anche lui quel giorno non avrebbe dovuto essere in servizio ma, per lasciar riposare il collega che sostituiva, ha terminato la missione, a piangerlo resta la moglie Monica. Claudio Traina, 27 anni, una moglie e un figlio piccolo che ancora oggi chiede giustizia.

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