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Go with me, recensione Venezia 72: laudato sempre sia Anthony Hopkins

Go with me di Daniel Alfredson con Anthony Hopkins, Julia Stiles e Ray Liotta è stato presentato alla 72esima edizione della Mostra Internazionale d’Arte cinematografica di Venezia. E’ stato descritto, dal regista stesso, come un vero e proprio western ambientato, però, fra le foreste al confini con il Canada. Effettivamente questo lungometraggio ha tutti i tratti tipici del western a partire dalla caratterizzazione dei personaggi. Bando alle ambiguità qui i buoni sono buoni e i cattivi sono tanto cattivi.

La protagonista femminile, in quanto tale, per quanto si possa impegnare è per sua natura impossibilitata a salvarsi con le proprie forze, serve l’eroe – meglio ancora se sono due – che si imbarchino in un viaggio apparentemente senza speranza per riabilitarla. La comunità è chiusa, radicata ad ancestrali tradizioni in cui la legge che vige non è costituzionale bensì quella del più forte; non a caso i protagonisti sono dei taglialegna. C’è anche una punta favolistica nemmeno troppo celata, in questa ricerca strana del lupo cattivo fra i boschi cupi. Magnifiche le interpretazioni di Anthony Hopkins, stavolta un buono, e di Ray Liotta, molto cattivo.

Non mancano gli ingredienti tipici del thriller statunitense, anche se questa comunità in cui vige indisturbata la legge del taglione, fatica a risultare credibile. La chiave per godersi piacevolmente questo lungometraggio è senza dubbio l’accettazione del patto preventivo con lo spettatore: questo film, più di molti altri, è una favola e come tale va approcciata. Menzione particolare per la splendida fotografia che esalta un’opera che funziona soltanto in parte.

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