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Guerrina Piscaglia marito: nuova batosta per lui dopo la condanna di padre Gratien

Guerrina Piscaglia sequestrata e uccisa: la famiglia della casalinga 50enne, moglie e madre di un bambino, misteriosamente scomparsa a Ca’ Raffaello (Arezzo) il 1° maggio 2014, deve mandare giù un altro boccone amaro. Dopo avere intentato una causa contro la Curia di Arezzo e l’Ordine dei Premostratensi – dove padre Gratien (condannato in via definitiva a 25 anni di reclusione) ha atteso, agli arresti domiciliari, il terzo grado di giudizio e officiato messa – si è vista negare il maxi risarcimento danni chiesto.

Marito di Guerrina Piscaglia

Secondo i legali della famiglia Piscaglia, infatti, la Chiesa è tenuta a pagare il danno arrecato da un suo ministro nello svolgimento dell’attività pastorale. “Per noi il risarcimento sarebbe avere i resti del corpo di Guerrina e sapere cosa accadde”, aveva puntualizzato il marito di Guerrina, Mirco Alessandrini. La Curia ha presto reagito alle accuse, respingendole con un secco “no” alla richiesta di denaro. Nessun risarcimento alla famiglia Piscaglia perché “La Chiesa non ha alcuna responsabilità”. La lettera della diocesi di Arezzo, guidata dall’arcivescovo Riccardo Fontana, e chiamata in causa per 1 milione di euro, ha infatti rigettato la richiesta senza lasciare spazio a possibili dietrofront; quelle esercitate dal prete congolese Gratien Alabi, spiega la Curia, sono state condotte “autonome”, che, come vuole il codice civile e diritto canonico, niente hanno a che vedere con la Chiesa, la quale non aveva alcun ruolo di “direzione e sorveglianza” sul sacerdote, condannato a 25 anni di carcere per l’omicidio della casalinga di Ca’ Raffaello sua presunta amante. Pur esprimendo vicinanza alla famiglia, dunque, la Curia ha invitato i familiari di Guerrina ad “astenersi da pretese risarcitorie infondate”.

Il sacerdote congolese, padre Gratien, è stato condannato in via definitiva ed è attualmente detenuto nel carcere romano di Rebibbia. L’uomo ha sempre negato ogni addebito: si professa innocente e sostiene di non avere mai avuto una relazione sentimentale segreta con la donna – per l’accusa movente del delitto – che il giorno in cui scomparve si stava dirigendo a piedi da lui, in canonica, dove avrebbero dovuto avere l’ennesimo incontro intimo, come proverebbero le migliaia di messaggi che i due si scambiavano da mesi via cellulare.

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