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Guerrina Piscaglia: ritardo indagini potrebbe compromettere esito processo

Domani venerdì 8 gennaio entra nel vivo, con la seconda udienza e l’audizione dei primi 7 testimoni, il processo a carico di padre Gratien Alabi, il 45enne prete congolese in carcere dallo scorso 23 aprile, incriminato con l’accusa di omicidio volontario e distruzione di cadavere ai danni di Guerrina Piscaglia. Sarà un processo, con rito ordinario in Corte d’Assise ad Arezzo per volontà dell’imputato, lungo e complicato. Una lunghissima lista di testimoni, per accusa e difesa, lascia presagire tempi lunghissimi d’attesa per la sentenza di primo grado, ma anche l’esito incerto del procedimento giudiziario.

Esiste infatti la concreta possibilità che non si possa pervenire ad una verità giudiziaria che appuri quale sorte sia toccata alla casalinga 50enne, scomparsa misteriosamente da Ca’ Raffaello (Arezzo) il 1° maggio del 2014. Un’amara eventualità dovuta, stando a quanto riportato da Il Corriere di Arezzo che segue il caso da vicino, alla grave lacuna investigativa che ha viziato irrimediabilmente l’inchiesta sul nascere. Sì, perché a causa dei presunti depistaggi messi in atto da padre Gratien, e i grossolani errori di valutazione degli inquirenti, le ricerche della donna iniziarono con un imbarazzante ritardo di circa 30 giorni.

È infatti datata 17 giugno 2014 (oltre 2 mesi dalla scomparsa) la lettera inviata ai carabinieri di Badia Tedalda dai familiari di Guerrina, che chiedevano con urgenza che si desse inizio alle indagini perché l’ipotesi dell’allontanamento volontario (contemplata fino a quel momento dalla Procura) era da escludersi categoricamente. Ma la procura di Arezzo rispose a quell’appello solo il 19 luglio, predisponendo l’acquisizione dei tabulati telefonici (da cui emersero i 4mila contatti tra la donna e il prete congolese) e gli accertamenti per la localizzazione del cellulare della donna scomparsa.

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