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Hannah Arendt: 40 anni dalla morte della filosofa anti-totalitarismi

Sono passati 40 anni dalla morte di Hannah Arendt. Era il 4 dicembre 1975 quando la filosofa anti-totalitarismi si spense a causa di un secondo arresto cardiaco nel suo appartamento a New York dopo aver lasciato a tutti scritti molto importanti su cui ancora oggi si studia come: Vita activa, Le origini del totalitarismo e La banalità del male.

Pensatrice critica, una delle donne più importanti del Novecento, quel Novecento che lei stessa analizza in molti dei suoi aspetti per comprendere al meglio gli eventi più drammatici della storia dell’umanità, Hannah Arendt, nata il 14 ottobre 1906 a Linden, ha vissuto parte della sua vita fuori dalla sua patria. Ebrea e tedesca, infatti, la Arendt, dopo essere stata allieva di Heidegger, fu costretta ad emigrare all’estero a causa di quanto stava avvenendo nel mondo. Senza mai rinnegare la sua fede in Dio, sforzandosi a cercare di comprendere quale fosse il destino del popolo ebraico, la Arendt criticò il totalitarismo nazista e quello sovietico, ma anche la Rivoluzione Francese e seguì con estrema attenzione il processo a Gerusalemme del gerarca Adolf Eichmann.

Secondo Hannah Arendt che vide pubblicare il suo primo scritto più importante, Le origini del totalitarismo, nel 1951, qualche anno dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale: “Dietro ciascuno di questi elementi si nasconde un problema irreale e irrisolto: dietro l’antisemitismo, la questione ebraica; dietro il decadimento dello stato nazionale, il problema di una nuova organizzazione di popoli; dietro il razzismo, il problema di una nuova concezione del genere umano; dietro l’espansionismo fine a se stesso, il problema di riorganizzare un mondo che diventa sempre più piccolo, e che siamo costretti a dividere con popoli la cui storia e le cui tradizioni sono estranee al mondo occidentale”, ma anche e soprattutto: “La grande attrazione esercitata dal totalitarismo si fondava sulla convinzione diffusa, e spesso consapevole, che esso potesse dare una risposta a tali problemi, e potesse quindi adempiere ai compiti della nostra epoca”.

Pronta a spronare tutti ad una “vita activa”, ad una piena consapevolezza e coscienza dei propri ruoli e dei propri doveri, la Arendt aveva oltretutto definito il concetto di male ed il concetto di bene dicendo: “È anzi mia opinione che il male non possa mai essere radicale, ma solo estremo; e che non possegga né una profondità, né una dimensione demoniaca. Può ricoprire il mondo intero e devastarlo, precisamente perché si diffonde come un fungo sulla sua superficie. È una sfida al pensiero, come ho scritto, perché il pensiero vuole andare in fondo, tenta di andare alle radici delle cose, e nel momento che s’interessa al male viene frustrato, perché non c’è nulla. Questa è la banalità. Solo il Bene ha profondità, e può essere radicale”.

Amedeo Barbato gossip

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