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The Hateful Eight recensione: Tarantino, la rivisitazione “western” e gli Stati Uniti

“The Hateful Eight” è l’ottavo lavoro realizzato da Quentin Tarantino e disponibile nelle sale cinematografiche italiane da giovedì 4 febbraio. I primi commenti di chi ha avuto il piacere di vedere l’ultimo film realizzato dal regista americano sono discordanti: da una parte chi lo incensa come un lavoro fantastico, dall’altra chi si aspettava ben altro. “The Hateful Eight” è, anzitutto, tre ore di pellicola con la “sofferenza” di dover restare sempre sull’attenti, vietata la minima distrazione come se si fosse in classe a un passo dall’interrogazione o in ufficio nella giornata in cui il capo, sai già, non andrà via da quella stanza e tu non potrai permetterti il minimo passo falso. L’ultimo film realizzato da Tarantino non colpisce a primo impatto: potrebbe essere destinato a restare il più fallimentare dei progetti realizzati da Tarantino oppure diventare il più grande capolavoro. Influisce, sul giudizio della pellicola, la filmografia del regista americano autore di produzioni di altro genere: “Bastardi senza gloria”, degli ultimi lavori realizzati, resta senza ombra di dubbio il migliore. “The Hateful Eight”, piuttosto, nasce come una continuazione di “Django Unchained”, proiettato nelle sale cinematografiche nel 2012 e valso all’attore Waltz il premio Oscar come “miglior attore non protagonista” e per Tarantino la statuetta per la “miglior sceneggiatura originale”.

“The Hateful Eight” è un western atipico: Tarantino ha provato a inserirsi con una metodologia di produzione del tutto innovativa, riducendo le scene tipiche dei suoi capolavori e utilizzando degli schemi ben prefissati, quasi scolastici. La scena è statica: per i primi 35 minuti l’attenzione non si sposta da nessun’altra parte se non sulla carrozza mentre le altre due ore e mezza di film vengono collocate all’interno di una tipica locanda “messicana”; fermi, inermi all’interno di quattro mura mentre fuori impazza una bufera di neve, così emergono le otto personalità dei protagonisti di “The Hateful Eight” in cui tutto nasce per caso. “The Hateful Eight” è un tutti contro tutti: ci sono le pistole ma nessuno fa il primo passo, c’è la paura dell’altro ma non esiste inseguimento, ognuno è preda e cacciatore nello stesso luogo. Lo spazio fisico delimitato ricorda la sceneggiatura de “Le Iene” dove tutto, però, era meravigliosamente dinamico; qui ci troviamo una situazione statica, dalla durata infinita, dove tutto si sussegue come una scheggia impazzita, fin troppo rapidamente con un utilizzo del tempo non ottimizzato: la visione sarebbe risultata più fluida senza tempi morti. Per arrivare alla parte elettrizzante, a un giallo irrisolto e ricco di mistero, si devono affrontare oltre due ore di dialoghi. Sì, perché sono le parole a giocare ruolo forte nell’ottava realizzazione di Tarantino ed è tra gli elementi che ricongiunge con altri film prodotti dal regista americano.

“The Hateful Eight” è un film costato parecchio, il budget di Tarantino è stato speso per un cast non altisonante nei nomi ma all’altezza della pellicola: menzione particolare per Jackson nei panni di un “afro-americano” non ottocentesco ma più icona di quel sentimento di ribellione caratterizzante gli anni ’60 del novecento. È una pellicola con uno sfondo politico in cui, al tirar delle somme, la rappresentazione degli Stati Uniti d’America corrisponde a un ritratto ricco di rabbia. E la fotografia? Questa sì, Tarantino l’ha proprio azzeccata: tutto perfetto, dall’inquadratura alla focalizzazione del particolare. Le riprese ti trasportano in scena: senti i cavalli e il loro respiro accanto a te, percepisci l’aria di tensione all’interno della locanda e stai sempre sul “chi va là” in attesa del colpo di scena. E quando sopraggiunge la rottura dell’equilibrio, gli otto protagonisti mettono da parte il dialogo per un finale più vicino al genere a cui ci ha abituati Quentin. “The Hateful Eight”, in definitiva, vive nella terra di mezzo per i cinefili, sul mare aperto tra le coste “capolavoro” e “delusione”: va visto e rivisto per percepire infiniti ed impercettibili dettagli presenti nella realizzazione di Tarantino. Se ami il genere “western” puoi solo restare attratto dal lavoro di Tarantino, diversamente sarai costretto a metabolizzare per capire la portata dell’ottavo lavoro di Quentin.

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