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I 30enni italiani non trovano lavoro: una ricerca McKinsey spiega perché

L’Italia è il paese europeo dove solo un neoassunto su 10 ha meno di 30 anni. C’è una brusca interruzione nel passaggio tra scuola e mondo del lavoro, e in quella discontinuità sono arenati coloro che oggi hanno trent’anni. E non solo. Se e quando il lavoro c’è, infatti, di rado si apre alle nuove generazioni. In Italia l’incidenza di assunzioni di under 30 è davvero bassa, 1,2 su 10. In parole ulteriormente semplici, allorquando si apre la possibilità, in qualunque settore lavorativo, di effettuare 10 assunzioni, solo un giovane viene ‘reclutato’. disoccupazione

I numeri di Francia e Germania non sono così drastici, dove invece la proporzione sale del doppio e del triplo, con rapporti stabili anche in piena recessione a 2,6 su 10 e a 3 su 10. Una ricerca McKinsey Global Institute (MGI), il nostro principale istituto di ricerca economica, effettuata su dati Eurostat (Ufficio Statistico dell’Unione Europea) in fase di elaborazione, spiega che per gli under 30 la reale condizione di inattività è 3,5 volte superiore a quella dei colleghi che hanno un’età superiore. Se poi si confronta la situazione italiana con quella del restante contesto europeo, allora la fotografia della realtà è oltremodo impietosa: in un lasso di tempo che va dal 1992 al 2013, la forbice sul tasso medio di disoccupazione in Gran Bretagna oscilla tra il 2,3, in Francia tra il 2,2 e in Germania tra l’1,2. E poi c’è l’Italia, dove il 70% di istituti scolastici e università ritiene di aver fornito ai suoi diplomati “competenze adeguate” al mondo professionale. Ma di fronte a questo dato viene da domandarsi perché allora la disoccupazione attanagli soprattutto le nuove generazioni. La ricerca McKinsey prova a dare la risposta individuando le lacune giudicate più gravi dalle imprese ed evidenziando i limiti dei candidati: scarsa padronanza dell’inglese e di altre lingue straniere, matematica di base e capacità di problem solving, creatività, leadership, etica professionale. L’infruttuosità dei tirocini formativi che, quasi sempre a costo zero e di durata inferiore a 3 mesi, coinvolgono appena il 47% degli studenti di scuola superiore e il 52% di quelli iscritti all’università e di rado aprono concretamente la strada al mondo del lavoro. Si pensi che in Italia uno o più stage in curriculum aumentano di appena il 6% la possibilità di centrare l’assunzione, contro il 14% registrato in Spagna e il 36% della Francia.

Inoltre incide anche un altro fattore: il “mismatch”, ovvero la non corrispondenza tra curricula di studi e competenze professionali. Nell’ultimo anno in Italia, sempre secondo il rapporto McKinsey, circa 65mila occasioni di lavoro sono rimaste scoperte per la “difficoltà a reperire candidati” lamentata dalle imprese. Tra i profili con più domanda e meno offerta, spiccano nel nord Italia quelli dei laureati specializzati nel settore dell’industria automobilistica (19%), nella sanità (17%) e nell’industria dell’elettronica, medicale e delle manutenzioni (16%).

 

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