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I 4 grandi processi che hanno infiammato la cronaca nera nel 2014

Tante sono le novità che questo 2014 ha portato alla luce nei grandi casi che, da qualche anno a questa parte, infiammano la cronaca italiana. Un presunto colpevole per l’assassinio di Yara Gambirasio, la richiesta di rinvio a giudizio per omicidio volontario ed occultamento di cadavere per Antonio Logli, marito di Roberta Ragusa, l’arresto del fidanzato di Federica Mangiapelo, la sedicenne trovata senza vita, l’1 novembre 2012, nel lago di Bracciano, e molto altro. Solo 4 di questi grandi cold case italiani, per ora, hanno avuto il loro seguito in un aula di tribunale. Vediamo dunque quali sono stati i 4 più grandi processi celebrati nel 2014.

1) Amanda Knox e Raffaele Sollecito. Allo scoccare di un mese dall’inizio del 2014, il 30 gennaio, i giudici della della Corte d’Assise d’Appello di Firenze, dopo 11 ore di camera di consiglio, condannano Amanda Knox a 28 anni e sei mesi di carcere e Raffaele Sollecito a 25, per l’omicidio di Meredith Kercher. La Corte di Cassazione, accogliendo il ricorso della Procura Generale di Perugia, il 26 marzo 2013, aveva infatti annullato la sentenza assolutoria d’appello nei confronti dei due, rinviando gli atti alla Corte d’Assise d’Appello di Firenze. Per il procuratore generale di Perugia Giovanni Galati, la sentenza di assoluzione era “da cassare” poiché viziata da “tantissime omissioni” ed “errori”, che ne rendevano inconsistenti le motivazioni. Al momento della lettura del dispositivo della sentenza di condanna, nessuno dei due imputati era in aula. Amanda, dopo la precedente assoluzione, era rientrata negli Stati Uniti, nella sua casa a Seattle. Raffaele Sollecito, in Italia, ha preferito attendere la sentenza lontano dall’aula e dalle telecamere. Colpevoli sulla carta, nessuno dei due sta scontando quanto previsto dalla legge italiana. Entrambi hanno fatto ricorso in Cassazione e sono in attesa di giudizio. L’ultimo verdetto, arriverà a marzo 2015.

2) Il Processo Eternit, così morire di amianto diventa legale. Il 19 novembre 2014, la prima sezione penale della Corte di Cassazione annulla senza rinvio la sentenza di condanna per il magnate svizzero Stephan Schmidheiny, dichiarando prescritto il reato di disastro doloso ambientale. Nella stessa sede processuale, vengono anche annullati i risarcimenti indetti a favore delle vittime. Schmidheiny era stato condannato a 18 anni di reclusione dalla Corte d’appello di Torino il 3 giugno 2013. Il magnate, è stato ritenuto direttamente responsabile della morte da amianto di circa mille persone, soprattutto in Piemonte. Tuttavia, secondo quanto riscontrato in seguito dai giudici, la prescrizione era maturata immediatamente a seguito del termine del primo grado di giudizio. Il verdetto della Cassazione, che registra l’intervenuta prescrizione, suscita forti proteste nell’ambito dei familiari delle vittime dell’amianto, presenti quel giorno in aula. Fragorose, riecheggiano grida di indignazione: “Vergogna, vergogna“, urlavano in massa. Il nipote di Nils Liedholm, grande calciatore e allenatore svedese morto nel Monferrato nel 2007, ha perso la mamma nel 2008, a causa di grave malattia dovuta all’amianto,con amarezza ha commentato la sentenza della Cassazione: “Ora lo hanno stabilito con chiarezza: se si vuole uccidere qualcuno in Italia il miglior mezzo è l’amianto perché è legale”.

3) Il processo di Avetrana. Il 20 aprile 2013 la Corte d’Assise di Taranto condanna all’ergastolo Sabrina Misseri e Cosima Serrano, cugina e zia di Sarah Scazzi, la ragazzina trovata morta in un pozzo nei campi di Avetrana ed uccisa nello scantinato della villetta dove vivevano le due donne il 26 agosto 2010, giorno stesso in cui era scomparsa. Michele Misseri, lo zio, reo confesso, che dopo aver cambiato molte versioni, chiama in correità la figlia Sabrina, viene condannato a 8 anni per concorso in soppressione di cadavere. Per lo stesso reato, vengono inflitti 6 anni ciascuno a Carmine Misseri e Cosimo Cosma, poi morto il 7 aprile 2014 per una grave malattia, rispettivamente fratello e nipote di Michele Misseri. Anche l’ex difensore di Sabrina viene condannato, a due anni di reclusione, per favoreggiamento personale. Il 14 novembre 2014 si riaprono le porte del tribunale per la famiglia Misseri. Comincia  la prima udienza del processo d’appello per l’omicidio di Sarah Scazzi, e in aula insieme a Sabrina e Cosima, per le quali viene respinta l’istanza di scarcerazione e permane la condanna all’ergastolo, sono presenti tutti e gli otto imputati condannati in primo. La Corte, presieduta da Rosa Patrizia Sinisi, rigetta tutte le richieste della difesa delle due imputate principali. E’ no, dunque, ad una nuova acquisizione di consulenza tecnica anatomopatologica di parte, un nuovo esame per il gestore del pub di Avetrana, un nuovo sopralluogo in casa Misseri, la ripetizione sulla perizia riguardante i tempi di percorrenza tra casa Misseri e contrada Mosca, luogo di ritrovamento del cadavere di Sarah. Una sola istanza viene accolta: la trascrizione della registrazione della telefonata avvenuta tra il 6 ed il 7 ottobre tra Sabrina ed il padre Michele Misseri. In quell’occasione, l’uomo avrebbe confessato alla figlia il delitto. L’acquisizione si ritiene necessaria per confrontarla con quella precedente che è già agli atti. Si attendono sviluppi.

4)  Il processo d’appello bis contro Alberto Stasi. Il 17 dicembre 2014 la Corte d’Assise d’appello di Milano, dopo una camera di consiglio durata più di 6 ore, condanna Alberto Stasi a 16 anni di reclusione per l’omicidio dell’ex fidanzata Chiara Poggi, trovata morta il 13 agosto 2007, sulle scale conducenti alla cantina della villetta di Garlasco, dove viveva con la famiglia. Al giovane commercialista dagli occhi di ghiaccio non viene riconosciuta l’aggravante della crudeltà, contestata dalla procura generale, che aveva chiesto per lui 30 anni di carcere. Dopo una storia giudiziaria lunga più di 7 anni, colpi di scena, prove insufficienti, e 11 gravi indizi a carico dell’unico imputato, precedentemente assolto con formula dubitativa, si arriva così all’arringa finale tra difesa e parte civile.

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