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I Magnifici Sette film remake recensione, tanto rumore per nulla: basta politically correct

A fine proiezione la prima cosa da fare è dirigersi verso la biglietteria e chiedere – con toni molto pacati – il rimborso del biglietto. Qualora fosse impossibile, allora, sarete costretti a compilare una bella lettera di reclamo da inviare, via posta raccomandata con necessaria ricevuta di ritorno, al carissimo regista Antoine Foqua. Cosa dovrete scrivere nella causale? “Richiesta rimborso 135 minuti rubati.” Sì, perché il remake de “I Magnifici Sette” è davvero inguardabile. Sembrano essersi messi di impegno i produttori , gli sceneggiatori, il regista, e in parte anche il cast: si saranno accordati per rendere questa pellicola noiosa, lenta e priva di senso. Dovessimo fare una media tra la pubblicità – son americani, come sponsorizzano loro i prodotti nessun’altro al mondo – e la qualità della pellicola ne verrebbe fuori un cinque, forse cinque e mezzo risicato. Con un cast che annovera tra i tanti autentici artisti del settore come Denzel Washington e Chris Pratt ti aspetteresti, almeno, qualcosa in più di un film senza capo né coda.

“I Magnifici Sette” parte subito malissimo: le pellicole da oltre due ore tendono sempre a farsi apprezzare poco e niente, specie quando il tempo trascorso per la maggiore sia del tutto irrilevante e poco “appetibile” dallo spettatore che entra in sala in trepidante attesa di duelli western. Sarà che il cinema italiano, nel genere “spaghetti western”, ha pochissimi eguali al mondo tanto da meritarsi gli apprezzamenti anche in conferenza stampa a Venezia 73 da parte dei protagonisti del cast, ma i vani tentativi di emulare le gesta di registi come Mario Amendola e Sergio Leone iniziano a stancare. Ci ha già provato Quentin Tarantino con Django e The Heateful Eight, i risultati sono stato tutt’altro che eccelsi.

Altro difetto de “I Magnifici Sette” consiste nella formazione dei personaggi: i “sette” mercenari pronti a immolarsi per salvare la regione del Rose Creek riprendono ognuno una minoranza etnica. Nel nome del “politically correct” Foqua si è visto bene dal creare danno verso qualcuno: così sulla scena entrano in gioco un afro-americano, un messicano, una donna (mandante della spedizione nonché ritratta con i caratteri della super-eroina) e un nord-coreano, oltre al classico indiano d’America. Terzo difetto de “I Magnifici Sette”: quando e perché i protagonisti si sono incontrati? Come è sviluppata la loro storia antecedente a questa spedizione per salvare la regione di Rose Creek? Non ci sarebbe interessato chissà quanto qualora la pellicola fosse durata 90’/100’. Ma con un lungometraggio di 134’ avremmo preferito un focus sui caratteri tipici dei personaggi.

A chi si può dare la palma di “migliore interpretazione” tra i sette grandi attori tra cui, oltre Denzel e Pratt, anche Ethan Hawke, Vincent D’Onofrio, Matt Bomer e Peter Sarsgaard? Senza alcun dubbio a Washington, protagonista assoluto e che sembra diventare sempre più bravo con il passare degli anni, un po’ come il vino: più diventa vecchio più è buono. Ma c’è ben poco da salvare, come sempre quando si tratta di “remake”.

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