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I vigili del fuoco, eroi di un paese di cui nessuno si prende cura

Un applauso scrosciante accoglie una delegazione dei vigili del fuoco arrivata poco fa al padiglione Jean Nouvel, dove questa mattina alle 11,30 verranno celebrati dal cardinal Angelo Bagnasco i funerali di alcune delle vittime del crollo del ponte Morandi. Genova, come pure l’Italia intera, si stringe attorno ai suoi eroi del quotidiano, quelli che nei momenti di calamità e incidenti di ogni tipo arrivano per primi e vanno via per ultimi.

Da giorni, ininterrottamente i vigili del fuoco hanno scavato tra i detriti, aprendo varchi, addentrandosi in spiragli dove nessuno mai entrerebbe. Bisogna essere lucidi, tranquilli. I cani addestrati li aiutano in operazioni difficili. Non è un lavoro che può fare chiunque. Tra le macerie i vigili del fuoco hanno cercato disperatamente gente viva. Perché la speranza guida le loro mani e azioni, scrolla di dosso la polvere sui caschetti rossi e sulla faccia, fa pesare meno la fatica. I vigili del fuoco, lavorano, senza clamore, senza grossi stipendi, lavorano alla luce del sole e al buio. 340 eroi, che a Genova hanno servito il paese, che hanno finora recuperato 41 cadaveri e 15 feriti. Uno scenario apocalittico quello che hanno trovato i soccorritori, simile a quello di un post sisma.

I vigili del fuoco hanno visto dinnanzi a sé auto che non erano più macchine, un ponte che non esiste più, corpi che non erano più in vita. Ogni quattro, cinque ore al massimo, i vigili del fuoco riprendevano fiato, facevano una pausa, poi tornavano in quell’inferno di polvere e lamiere. «Siamo qui per portare la nostra professionalità, come sempre diamo tutto — aveva raccontato uno di loro —A casa probabilmente crolleremo, ma adesso bastano una doccia e un piatto di pasta in caserma per tornare a scavare». E in momenti difficili come questi l’uomo fa i conti con se stesso. E si piange, perché anche gli eroi piangono. E l’umanità si scopre fragile. Il caporeparto Domenico Remonti a fine anno andrà in pensione, di terremoti e disastri ne ha visti ad iosa. Al “Corriere delle sera” l’uomo ha raccontato «Li ho fatti tutti, anche quello della Moby Prince. Tirammo fuori 48 morti, ma non mi fece così impressione. Qui è straziante. Siamo abituati alle tragedie, quotidianamente interveniamo sugli incidenti stradali. Però questo ponte ti colpisce. Guardandolo dal basso verso l’alto, ti rendi conto di quello che devono avere provato le persone che sono precipitate nel vuoto». Al ritrovamento della bambina con il suo orsacchiotto in braccio come si può trattenere la commozione? «La macchina era irriconoscibile, dentro c’erano mamma, papà, un bambino di 8 e una bambina di 3 anni. Quando ho visto l’orsacchiotto, ho pianto, lo ammetto».

A breve inizieranno i funerali. Oggi è il giorno del dolore, del silenzio, del lutto. L’unico «rumore» in quest’atmosfera surreale che merita di essere ascoltato è l’applauso alle squadre dei vigili del fuoco, ai soccorritori, a chi ha messo a repentaglio la propria vita per quella degli altri. Le chiacchiere, il brusio di chi soltanto all’indomani della tragedia si è scoperto ingegnere edile, le urla dei politici e politicanti in nome di una giustizia sommaria, lasciamoli in sottofondo. Oggi almeno oggi, rispetto solamente.

 

Written by Cristina La Bella

Cristina La Bella è redattrice di UrbanPost. Nasce a Frosinone il 13 febbraio del 1991, quando in Ciociaria la neve non si vedeva da anni e l’Italia tirava un sospiro di sollievo per la fine della guerra del Golfo. Sin da bambina sogna di diventare giornalista. Si laurea nel 2014 in "Lettere Moderne" e nel 2017 in "Filologia Moderna" all'Università La Sapienza di Roma. Il 16 aprile 2018 riceve il riconoscimento di "Laureato Eccellente" per il brillante percorso di studi. Cofondatrice di "Voci di Fondo", ha scritto, tra i tanti, con giornali quali "Prima Pagina Online", "Newsly", “SuccedeOggi", “LuxGallery”. Nel tempo libero le piace leggere, vedere film e fare shopping. Il più grande amore: i suoi nipotini.

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