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“Il bambino di vetro”, Federico Cruciani intervista: “Così racconto le ambiguità della famgilia”

“Il bambino di vetro” è il primo lungometraggio realizzato da Federico Cruciani, regista siciliano, e disponibile nelle sale cinematografiche da giovedì 14 aprile con una distribuzione “Lab80Film”; il cast è composto da giovanissimi attori, come Vincenzo Ragusa, e volti dello spettacolo già noti come Paolo Briguglia e Chiara Muscato. Cruciani, attraverso questa pellicola, si pone l’obiettivo di descrivere gli ambienti familiari sotto diversi aspetti e non soffermandosi sulle dinamiche mafiose. Il regista, ai microfoni di UrbanPost, ha raccontato le sue sensazioni sul suo primo lavoro cinematografico a pochi giorni dall’uscita nelle sale.

Ciao Federico, iniziamo presentando “Il Bambino di vetro”: che prodotto dobbiamo aspettarci?
“Partiamo dal titolo che è un aspetto molto importante: si è chiamato “Il figlio” fino a qualche giorno prima della conclusione, poi in accordo con il produttore abbiamo cambiato perché ci sono un sacco di pellicole con lo stesso titolo. Già da “Il bambino di vetro” si possono comprendere le tante ambiguità presenti in questa realizzazione: il vetro indica la fragilità del protagonista ma è anche cognome del padre, il figlio di Vincenzo Vetro, dunque ci porta anche ad evidenziare un rapporto familiare. C’è anche un terzo livello di lettura, ovvero l’entrata in gioco di un bambino durante il corso degli eventi.”

Gli occhi di un bambino, qual è il punto di vista che si vuole proporre in questo sceneggiato?
“Il mio obiettivo non è quello di raccontare il mondo mafioso ma è importante l’idea che spinga lo spettatore a credere che si tratti di un film thrilling, dai caratteri mafiosi, per poi scoprire tutt’altro. Non si parla di famiglie criminali ma, piuttosto, di famiglie naturali, di fraintendimenti nati sulla parola famiglia. Il protagonista è un bambino di dieci anni che scopre come famiglia possa significare varie cose e ci possano essere aspetti negativi e non solo esterni alla famiglia ma anche, e soprattutto, interni.”

Qual  è il cast di questo tuo  primo lungometraggio?

“Il protagonista è un bambino, si chiama Vincenzo Ragusa, è un attore non professionista che ho incontrato casualmente per le vie di Palermo. Ho scelto lui proprio nel periodo in cui avevo in testa la realizzazione di questo film; il padre è Paolo Briguglia, l’attore più conosciuto del cast e che ha interpretato un ruolo diverso da quello che in genere interpreta sullo schermo cinematografico. Poi ci sono vari attori, tutti siciliani, conosciuti soprattutto in ambiente teatrale: Chiara Muscato, la madre del bambino, dal viso fantastico e super-cinematografico, passando per Claudio Collovà, un regista siciliano molto conosciuto e stimato.”

Ci racconti un po’ i tratti tipici de “Il bambino di vetro”?
“Sì, allora il protagonista si chiama Giovanni ed è lui a guidare gli spettatori perché per gran parte della storia si limita a osservare ed entra in azione solo alla fine. Il padre, invece, è Vincenzo, un uomo di estrazione popolare ed è uno dei personaggi ambigui perché ha un doppio lavoro e vive una doppia dimensione familiare. Per quanto riguarda Chiara Muscato, invece, lei è Maria che ha un bellissimo rapporto con il figlio Giovanni ed è a conoscenza del segreto del marito per cui soffre molto. Mostra i caratteri tipici della donna contemporanea e non soffre in silenzio.”

Come sono andate le prime proiezioni e che distribuzione avrà questo film?

“Abbiamo già avuto grandi spazi di visibilità in occasione del Festival di Roma, siamo stati al Festival di Milano presso il Museo Interattivo del Cinema, recentemente anche in Svizzera ed abbiamo avuto un’anteprima a Palermo. Sono molto contento, poi, di poter contare su un’azienda come “Lab80Film” che ci consentirà di avere una distribuzione in quasi tutto il nord e centro Italia e poi ci sarà spazio anche per il Sud.”

Primo lungometraggio della tua carriera. A bruciapelo e solo a titolo personale: è andata bene o poteva andare meglio?
“Per natura sono una persona che non riesce a essere mai contenta e dovremmo aprire qui un lungo discorso ma direi che alla fine è andata bene perché riuscire a fare un film non è mai facile e per me è stato un grandissimo successo per quanto è stata dura. Debuttare al cinema in Italia non è per nulla semplice, i vari festival, la distribuzione, sono tutte tappe lunghe di un film che si sta facendo conoscere ed apprezzare e di questo sono contento. Certo, cambierei alcune cose…”

Differenze con il mondo teatrale?

“Il cinema è un ambiente molto diverso dal teatro al di là del rapporto con gli attori di cui sono molto contento perché lo ritengo un lavoro molto riuscito. Il cinema è un’industria molto grande, ci sono grandi investimenti da dover effettuare rispetto al teatro. Ecco, la cosa che mi ha fatto soffrire di più è stato il non poter tornare indietro perché al teatro si può cambiare già il giorno successivo se capisci che qualcosa non va mentre al cinema è quasi impossibile, risulta essere quasi un prodotto definitivo quando hai concluso. Ho imparato che sul set cinematografico il regista deve avere lucidità massima sempre e sbagliare il meno possibile.”

Prima di salutarci, Federico, raccontaci il tuo rapporto con il pubblico con questa pellicola: cosa vuoi ottenere?
“In generale ho ricevuto testimonianze e consensi che mi hanno davvero fatto piacere e il mio film richiede un ruolo attivo da parte del pubblico nel riempire gli spazi vuoti presenti nella storia.”

 

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