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Il calvario di Denis Cavatassi: l’imprenditore italiano condannato a morte in Thailandia per un delitto per il quale si è sempre dichiarato innocente

«Mi rendo conto solo ora che il destino possa riservare delle esperienze che vanno oltre ogni immaginazione». Sono queste alcune delle drammatiche riflessioni trascritte, nero su bianco, da Denis Cavatassi, imprenditore italiano di 50 anni rinchiuso nelle carceri thailandesi per l’accusa di omicidio dell’ex socio, Luciano Butti, abruzzese di origini e ucciso a Pukhet il 15 marzo del 2011. Dopo due gradi di giudizio, il processo è attualmente pendente davanti ai giudici della Corte Suprema: a rappresentare la difesa dell’imprenditore italiano è l’avvocato Alessandra Ballerini (esperta di diritti umani, stesso procuratore della famiglia Regeni e Rocchelli) la quale, unitamente a Romina Cavatassi – sorella dell’imputato – combatte per garantire a Denis un giusto processo.

Processo Cavatassi

Butti veniva ucciso da tre colpi di pistola mentre si trovava a Pukhet per la propria causa di separazione coniugale: i sicari lo stavano aspettando. All’omicidio segue l’arresto di tre sospettati tra i cui un cameriere dipendente del ristorante di proprietà di Cavatassi e l’imprenditore stesso. Inizia da quel giorno il susseguirsi di vicende giudiziarie profondamente viziate, dalle indagini alla condanna in primo grado che ascrive a Cavatassi la responsabilità dell’omicidio, statuendone la carcerazione. «La sentenza di primo grado era scritta su quattro o cinque pagine» racconta oggi il suo legale. «Questo dimostra quanto approfondite siano state le indagini. Non ci sono riscontri, non viene individuato nessun testimone oculare. Cavatassi è considerato il mandante dell’omicidio, ma il movente non esiste».

Denis cavatassi pena di morte

L’imprenditore si era recato in Thailandia dopo aver collaborato ad un progetto di volontariato volto allo sviluppo agrario in Nepal, durato sei mesi. Denis decideva, quindi, di fare un viaggio nel sud est asiatico, in occasione del quale conobbe Butti. I due entrano in società: Butti era alla ricerca di soci che lo affiancassero durante la ricostruzione di una piccola guest house che era stata completamente distrutta a seguito dello Tsunami. Denis e il suo compagno di viaggio, Giancarlo, decisero di investire una piccola somma di denaro in questa società con l’idea di dedicarcisi durante i mesi invernali, proseguendo invece, l’attività di agronomo d’estate. Qui conobbe la donna che sarebbe diventata sua moglie e con la quale avrebbe avuto Asia, la sua prima bambina.
Cavatassi si è sempre dichiarato innocente. Quando gli viene comunicato l’omicidio, Denis si presenta negli uffici della polizia giudiziaria thailandese, dove viene sentito come soggetto informato sui fatti accaduti dando così il proprio contributo utile alle indagini. La violenta caduta nella macchina della giustizia inizia così: i poliziotti lo arrestano convinti che sia lui il mandante e in quarantotto ore chiudono il caso. Lo accusano di avere ingaggiato il cameriere per organizzare l’agguato a Butti e che come tangente per il delitto fossero stati versati circa 700 euro a mezzo bonifico, sul c/c del cameriere. Tuttavia, Cavatassi giustifica la dazione di denaro come il normale stipendio percepito dal cameriere, con qualche centinaia di euro di anticipo per problemi famigliari del giovane. Il movente, secondo l’accusa, riguarderebbe un credito di circa 200.000 euro (sette/otto milioni di baht) vantato dal Cavatassi nei confronti di Butti: ma Denis ha sempre sostenuto l’insistenza del credito.

 

Arrivati sin qui è assolutamente necessario un intervento delle Autorità nazionali italiane. Quell’omicidio, infatti, pare che Denis non l’abbia mai commesso e le condizioni in cui sta scontando una pena, probabilmente ingiusta, violano qualsiasi forma di diritti umani. Quello thailandese è infatti un carcere dilaniante dove i detenuti vengono stipati in stanze troppo piccole, legati alle caviglie e privati di qualsiasi comunicazione con il mondo esterno. Con tali premesse il nostro 41-bis diventa una passeggiata al chiar di luna. La situazione appare ancora più drammatica se a scontare la pena rischia di essere un innocente. E qui torna utile una riflessione giuridico – sociale. Sarebbe preferibile un sistema incardinato su principi fortemente garantisti, pur rischiando, talvolta, di rallentare la macchina della giustizia e, nella peggiore delle ipotesi, di impedire l’individuazione di un colpevole o un sistema che proceda, in spregio a ogni regola processuale, a decretarne velocemente la colpevolezza ordinandone la carcerazione? Il bilanciamento di opportunità è molto complesso, probabilmente troppo per essere vagliabile.

L’unico modo che Cavatassi ha per comunicare con l’esterno è la corrispondenza epistolare. L’uomo scrive, quindi, intense lettere ai propri famigliari, trovando – afferma – conforto e amore nelle risposte, anche se la consapevolezza di essere esposto in prima linea resta ed è angosciante. Entro fine anno la pena capitale potrebbe essere definitiva: la Corte Suprema è chiamata a pronunciarsi in ultima istanza e dopo i tre gradi di giudizio la sentenza diventa inappellabile ed eseguibile. A quel punto per Denis la pena di morte diventerebbe realtà imminente.
La cooperazione internazionale diventa una flebile quanto, tuttavia necessaria, esigenza. Negli anni ottanta l’Italia sottoscriveva un accordo con la Thailandia per concedere ai detenuti connazionali, terminato l’iter giudiziario, di scontare la pena nel nostro Paese. Tuttavia, l’Italia non contempla la pena di morte mentre per l’ordinamento giudiziario thailandese è una prassi inflittiva all’ordine del giorno. Dovremmo auspicare una sentenza di assoluzione che decreti l’innocenza di Denis e ne comporti la scarcerazione immediata, differentemente, la pena diverrà definitiva.«In questi mesi di inferno ho acquisito la consapevolezza che l’essere umano è dotato di una forte capacità di sopravvivenza molto forte» scrive Cavatassi in una delle sue missive. «Per non impazzire, mi sono rifugiato nei libri, nella speranza di ricerca di un barlume di calore sociale. L’istinto di autoconservazione ha acuito, però, con il passare del tempo, le mie capacità intellettive, predisponendomi alla sopravvivenza pura. Il pensiero e la voglia di riabbracciare la mia piccola Asia e la mia famiglia in Thailandia e in Italia, i miei amici che non mi hanno mai abbandonato mi danno la forza di andare avanti e la speranza che la giustizia faccia luce sulla mia innocenza. L’amore mi salva e mi dà la forza di andare avanti e non perdere la testa e la speranza».

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