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Il gattino buttato in discarica e l’importanza della sterilizzazione

Una signora va in discarica per buttare la spazzatura, sente delle urla tanto acute quanto disperate, si guarda intorno e scorge una mini-palla-di-pelo tutta rossa. E’ un gattino, avrà  dieci, quindici giorni a dir tanto. L’occhietto destro è ancora chiuso. A neanche un paio metri da lui c’è un sacco aperto, semi-rovesciato, con parte del suo contenuto sparso per terra. Della mamma del piccolo felino neanche l’ombra, dei probabili fratellini neanche. I primi giorni di vita del gattino non sono certo stati idilliaci. E’ però riuscito a scampare con le sue sole forze ad una morte orrenda.  Il provvidenziale incontro con la passante, che non ha esitato un attimo a portarselo a casa, l’ha definitivamente messo al riparo da altri pericoli. Data la sua tenerissima età, le chance di sopravvivenza per lui erano praticamente nulle. gattino discarica biberon

Ma che diavolo ci faceva un esserino di neanche due settimane di vita in un sacco della spazzatura? Bella domanda. Una risposta precisa non l’abbiamo; però, di sicuro, il neonato micino in quella trappola mortale non ci si è infilato da solo. A sentire i volontari animalisti, e sulla questione c’è ben poco da dubitare della loro parola, episodi del genere sono all’ordine del giorno. Qualcuno che ha una gatta non sterilizzata un bel giorno si ritrova davanti o, se ha un giardino, dentro casa una bella cucciolata, magari anche numerosa. A quel punto, o perchè  non sa cosa farne, o per altri motivi ben poco lodevoli, decide di sbarazzarsi dei piccoli nel modo più veloce e oscuro possibile. Ecco spiegato l’arrivo in discarica del nostro gattino e di migliaia di suoi simili.  Morti senza che nessuno si sia accorto nemmeno della loro nascita. Per la maggior parte di loro infatti non c’è stata nessuna passante dall’anima buona, e mai ci sarà.  La mini-palla-di-pelo rossa è viva per un puro caso, bello, ma pur sempre un caso.

E allora, è mai possibile che non si riesca ad instaurare una sana cultura della sterilizzazione? Intendiamoci bene, mica tutti quelli che non sterilizzano il proprio animale se e quando capita loro di aver a che fare con una moltitudine di simpatici microbi appena nati  decidono così, senza pensarci due volte, di rinchiudere i suddetti microbi in un sacco, spedendoli inesorabilmente verso un destino atroce. C’è infatti chi se li tiene tutti per sempre e guai a chi glieli tocca. C’è  chi si danna mesi, smuovendo mezzo pianeta, per farli adottare  e controlla personalmente ogni adozione anche a distanza di anni. Insomma, sterilizzazione o no, di brave persone ce ne sono ancora e fortunatamente sono anche, indiscutibilmente, in numero preponderante. Delle loro azioni quotidiane il più delle volte non si ha notizia, perché percepite spesso come ovvie, scontate, addirittura banali.  Galleggiano infatti in un silenzio che non dovrebbe essere tale e nel frattempo, ogni santo giorno, migliorano un microscopico pezzo del travagliato mondo in cui tutti viviamo.gattino discarica zampette

Però, purtroppo, di storie analoghe a quella vissuta dal nostro gattino all’alba della sua esistenza è pieno il mondo. Ed il finale, come già detto, molto spesso è ben diverso. Sterilizzare, significa impedire potenziali episodi di indescrivibile violenza, generati da intolleranza, ignoranza, ma a volte anche da una sorta di paura malriposta. Come muore un animale che resta senza l’aria per respirare? Quanto è profondo il dolore di una mamma a cui vengono strappati i figli appena partoriti? Nessuno, davvero, può saperlo con certezza. Quindi, meglio soprassedere. Piuttosto, sarebbe bello se la vicenda a lieto fine della mini-palla-di-pelo rossa riuscisse a far riflettere anche  quelle persone  che a tutto questo ancora non hanno pensato e che, magari anche solo per semplice superficialità, credono di non fare alcun male o quasi a gettare nella spazzatura degli esseri viventi dotati di sensibilità ed emozioni. Sterilizzare, quando la situazione lo richiede,  significa infatti prevenire l’indicibile sofferenza di creature che, neonate o meno che siano, proprio noi esseri “umani”, in quanto tali e in quanto dotati di tutte le capacità e gli strumenti del caso, abbiamo il dovere morale di tutelare.
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