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Il rapporto dell’Associazione Antigone sulle condizioni carcerarie in Italia

L’editoriale “Bisogna avere visto” pubblicato sul sito ufficiale dell’Associazione Antigone vuole raccontare di cosa si occupa l’organizzazione e ferma un’immagine precisa di quello che ogni anno, l’Osservatorio sulle condizioni di detenzione di Antigone, rappresenta per la comunità carceraria italiana. Come lo fa? Attraverso il suo lavoro di osservazione che dal 1998, ogni anno, permette la redazione del Rapporto sulle condizioni carcerarie presenti nelle oltre duecento carceri italiane ed è strumento di conoscenza per chiunque si avvicini alla realtà penitenziaria: media, studenti, esperti, forze politiche. Antigone con i propri Rapporti vuole rendere accessibile a tutti la conoscenza del carcere vero, visto con i propri occhi e che non sempre coincide con il carcere descritto nelle leggi e nelle circolari dell’amministrazione penitenziaria.

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“Un anno in carcere”: il XIV rapporto Antigone

Il 2017 avrebbe dovuto rappresentare il punto di svolta per le condizioni di vita nelle carceri italiane. Il percorso, ideologicamente iniziato con la condanna dell’Italia, datata 2013, sentenziata dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, fallisce con una riforma dell’ordinamento penitenziario mancata, ancora una volta. La sentenza della CEDU puniva il nostro Paese per il mancato rispetto dell’art. 3 della Convenzione europea dei diritti umani, riservando, di fatto, ai detenuti delle carceri italiane condizioni disumane e, quindi, degradanti. La sentenza Torreggiani passò alla storia come la testimonianza certa dell’esistenza di una realtà che andava contro ogni diritto umano, contro la dignità dell’individuo e ne impediva la reintegrazione sociale sfuggendo alla ratio ultima dell’inserimento carcerario: la rieducazione del reo. Al banco degli imputati: le carceri di Busto Arsizio e di Piacenza;. Il capo d’imputazione: le condizioni di sette persone detenute in uno spazio vitale irrisorio (meno di 3 metri quadrati a detenuto). La sentenza Torreggiani fu una pronuncia importante che individuò i limiti minimi – sotto i quali nessun carcere definibile ‘umano’ dovrebbe scendere – di 3 metri quadrati a detenuto. L’interpretazione fin troppo letterale della sentenza e un serio problema di inadeguatezza delle strutture a fronte di un sovraffollamento criminoso finirono per frustrare la norma facendo passare l’idea che quella superficie fosse del tutto sufficiente. Nel 2016 interviene la Cassazione (sent. n. 52819/16) precisando che i 3m2 dovessero essere intesi come liberi da mobilio. In questo contesto si inserisce l’idea di una riforma: creare un nuovo ordinamento penitenziario, che, dopo quarant’anni avrebbe dovuto modificare e “ammodernare” l’impianto originario del 1975, sulla base del cospicuo lavoro degli Stati generali dell’Esecuzione penale. E invece – scrivono gli autori dell’Editoriale di Antigone – il 2017 resterà l’anno della (dis)illusione. La riforma ha avuto tempi (troppo) lunghi, la versione definitiva del testo legislativo è finita in pasto agli appetiti (e agli infondati attacchi) elettorali, troppo a ridosso della fine della legislatura”. 

Il sovraffollamento carcerario: la piaga della nostra società

Sovraffollamento detentivo significa emergenza sociale. Emergenza sociale significa esigenza di riforma radicale. Il fallimento della riforma radicale significa il fallimento del nostro Paese. Significa pericolosità sociale, violazione di fondamenti etici, significa involuzione. I miglioramenti apportati alle condizioni di vita all’interno degli istituti penitenziari italiani a seguito delle pronunce sul punto non sono ancora sufficienti per ovviare tutte le problematiche anzidette. Il sovraffollamento carcerario resta una piaga sociale: nel 2011 i detenuti erano 69.155, 62.536 nel 2013, 52.754 nel 2015. Sono poi tornati nuovamente a crescere: 54.072 nel 2016, 56.289 nel 2017 e 58.223 nel marzo 2018 (i dati 2013 Istat e per le altre annualità dai rapporti dell’associazione Antigone). Non è pensabile sanare questa ferita collettiva attraverso la mera estensione o il mero ripensamento delle strutture, bensì attraverso il ricorso ad altri tipi di regime diversi da quello carcerario, che disincentivano la recidiva. E dietro questa idea, inconcepibile per la maggior parte della popolazione nazionale, estranea al circuito penitenziario, si nasconde tutta quella civiltà sottesa alla nostra Carta Costituzionale. Il carcere, e con esso la limitazione della libertà umana, dovrebbe rappresentare l’estrema ratio della struttura giudiziaria. Dapprima occorrerebbe attingere a quegli strumenti, civili, democratici e, perché no, cristiani, alternativi alla misura detentiva che mirino alla concreta risocializzazione del reo, ricostruendone una personalità che non sempre appare irrecuperabile. Un progetto di istruzione scolastica, programmi socialmente utili, una formazione professionalizzante, l’assistenza psicologica e familiare sono solo alcuni dei mezzi che potrebbero (e dovrebbero) essere applicati in fase esecutiva della pena. Responsabilizzando il detenuto, re-inglobandolo all’interno di una società che spesso è la causa stessa della sua devianza criminosa, si porrebbero veramente le basi per un’istruzione morale e sociale. Tutto ciò, come ovvio, necessita di risorse, economiche e umane che molto spesso, soprattutto in condizioni di precarietà finanziaria come quella che stiamo vivendo in questo momento semplicemente non esistono in concreto: e tutto ricade nella (dis)illusione.

I numeri delle carceri italiane

Chi spesso è sprovvisto degli strumenti economici o di appoggio esterno, familiare, idonei a permettere l’accesso ad altri tipi di regime rispetto a quello carcerario sono in gran parte stranieri. Il 32% della popolazione carceraria totale è costituita da stranieri. I detenuti stranieri – si legge nel Rapporto – rappresentano la percentuale più alta (37,7%) di quelli in attesa del primo giudizio (quindi non ancora entrati in carcere); invece la percentuale dei condannati in via definitiva scende al 31,4%. Infine, i carcerati stranieri subiscono più spesso la custodia cautelare (il 39% di essi contro il 34% degli italiani). Non mancano però alcuni dati, più rassicuranti: mentre nel 2003 l’1,16% degli stranieri veniva incarcerato, oggi la percentuale di permanenza penitenziaria e dello 0,39%. La criticità della situazione carceraria italiana, come anticipato, aumenta alla luce delle barriere d’accesso alle misure alternative alla detenzione. In un’ottica costituzionalmente orientata (art. 27 Cost.) le pene dovrebbero «tendere alla rieducazione del condannato». I numeri, tuttavia, parlano più chiaramente delle parole: solo il 23% delle persone detenute partecipa a un corso scolastico di qualsiasi grado, e solo il 31,95% lavora. Eppure, il 70% delle carceri visitate da Antigone (58 istituti) possiede strutture (come officine o laboratori) di grande potenzialità per acquisire nuove competenze tecniche spendibili una volta fuori dal carcere. Molti gli strumenti, pochi quelli messi a disposizione di chi ha sbagliato, di chi è stato condannato e, forse, troppo spesso dimenticato.

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