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Il Santo del giorno 17 gennaio: Sant’Antonio Abate

Il Santo di oggi, 17 gennaio, è Sant’Antonio Abate. Santo Antonio è stato un abate ed eremita egiziano, considerato il fondatore del monachesimo cristiano e il primo degli abati. La sua vita è stata tramandata dal suo discepolo Atanasio di Alessandria. È ricordato nel calendario dei santi della Chiesa cattolica e da quello luterano il 17 gennaio, ma la Chiesa ortodossa copta lo festeggia il 31 gennaio. Il nome Antonio deriva dal greco e vuol dire nato prima o che fa fronte ai suoi avversari. Nelle immagini sacre Sant’Antonio è rappresentato con quattro simboli: bastone pastorale, maiale, campana e croce a T. Il suo martirologio romani recita: «Memoria di sant’Antonio, abate, che, rimasto orfano, facendo suoi i precetti evangelici distribuì tutti i suoi beni ai poveri e si ritirò nel deserto della Tebaide in Egitto, dove intraprese la vita ascetica; si adoperò pure per fortificare la Chiesa, sostenendo i confessori della fede durante la persecuzione dell’imperatore Diocleziano, e appoggiò sant’Atanasio nella lotta contro gli ariani. Tanti furono i suoi discepoli da essere chiamato padre dei monaci». 

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La vita di Sant’Antonio Abate

Sant’ Antonio nacque a Coma in Egitto (l’odierna Qumans) intorno al 251 ed era figlio di agiati agricoltori cristiani. Antonio rimase orfano prima dei vent’anni, con un patrimonio da amministrare e una sorella minore a cui badare. Ad un certo punto distribuì i beni ai poveri e affidò la sorella a una comunità femminile. Fatto ciò Antonio seguì la vita solitaria che già altri anacoreti facevano nei deserti attorno alla sua città, vivendo in preghiera, povertà e castità.  Sant’Antonio condusse da solo una vita ritirata, dove i frutti del suo lavoro gli servivano per procurarsi il cibo e per fare carità. Poi Antonio si spostò verso il Mar Rosso sul monte Pispir dove esisteva una fortezza romana abbandonata, con una fonte di acqua. Era il 285 e rimase in questo luogo per 20 anni, nutrendosi solo con il pane che gli veniva donato due volte all’anno. Nel 311, durante la persecuzione dell’imperatore Massimino Daia, Antonio tornò ad Alessandria per sostenere e confortare i cristiani perseguitati. Non fu oggetto di persecuzioni personali. In quell’occasione il suo amico Atanasio scrisse una lettera all’imperatore Costantino I per intercedere nei suoi confronti. Tornata la pace, Antonio, pur restando sempre in contatto con Atanasio e sostenendolo nella lotta contro l’arianesimo, visse i suoi ultimi anni nel deserto della Tebaide dove, pregando e coltivando un piccolo orto per il proprio sostentamento, morì, all’età di 105 anni, probabilmente nel 356.

Il culto di Sant’Antonio Abate

Nelle immagini sacre Sant’Antonio è spesso rappresentato insieme al maiale. Questa scelta di metterlo insieme al Santo nelle immagini sacre ha una ragione storica. Il Papa accordò agli Antoniani il privilegio di allevare maiali per uso proprio e a spese della comunità, per cui i porcellini potevano circolare liberamente fra cortili e strade; nessuno li toccava se portavano una campanella di riconoscimento. Il loro grasso veniva usato per curare l’ergotismo, che venne chiamato “il male di s. Antonio” e poi “fuoco di s. Antonio”. Per questo motivo il maiale cominciò ad essere associato al grande eremita egiziano, poi considerato il santo patrono dei maiali e per estensione di tutti gli animali domestici e della stalla. Nel giorno della sua memoria liturgica, si benedicono le stalle e si portano a benedire gli animali domestici. In alcuni paesi di origine celtica, Sant’Antonio assunse le funzioni della divinità della rinascita e della luce a cui erano consacrati cinghiali e maiali. Sant’Antonio divenne così patrono di tutti gli addetti alla lavorazione del maiale, vivo o macellato, e anche di coloro che lavorano con il fuoco. Ancora oggi il 17 gennaio, specie nei paesi agricoli e nelle cascine, si usano accendere i cosiddetti “focarazzi” o “ceppi” o “falò di Sant’Antonio”, che avevano una funzione purificatrice e fecondatrice.

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