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Intervista a Zerocalcare: “Vivo costantemente in imbarazzo per questo successo”

Zerocalcare rappresenta la punta di un iceberg composto da, relativamente giovani, trentenni dotati di un talento imbarazzante per l’illustrazione impastato a fantasia e personalità. Al momento, però, da questa muraglia di umanità degna di nota il grande salto – ovvero assurgere a fenomeno nazional popolare apprezzato anche da coloro che non sono puristi del fumetto e indagatori delle realtà underground – Michele Rech in arte Zerocalcare è l’unico che pare essere riuscito a spiccarlo senza sputtanarsi. Per tre giorni Zerocalcare ha promosso il suo nuovo libro “Dimentica il mio nome” al Lucca Comics 2014; nei tempi morti è stato diligentemente seduto con la testa china a firmare autografi, stringere la mano dei fan nonché a scrivere dediche personalizzate a coloro (tantissimi) che si sono imbarcati in file infernali soltanto per avere un cinghialetto disegnato al volo dall’illustratore.

dimentica il mio nome

Arrivo allo stand della BAO Publishing e la prima cosa che noto è la splendida normalità, anzi umanità, che caratterizza il gruppo di lavoro di Zerocalcare, (posto che non farò mai i nomi perché non posso permettermi di gestire una querela) non c’è nulla di più ridicolo di dover intervistare gente che se la tira quando, in fondo, ha bisogno della tua intervista quindi te la concede, però menandosela. Ecco, la mezza pippa ha bisogno di tirarsela, quelli a cui basta ciò che fanno perché hanno un talento che parla per loro vi accoglieranno come Michele/Zerocalcare ha accolto noi: con la testa bassa sui libri da autografare per i fan dicendomi ogni volta, quasi a scusarsi per l’interruzione “Aspetta che chiedo a questo ragazzo cosa vuole che gli disegni, scusami eh“. Sul tavolo da lavoro giacciono dolcetti e alimenti avvolti nella carta stagnola; non faccio in tempo a chiedere nulla che subito arriva un ragazzo che regala a Michele dei plum cake, quelli del Mulino Bianco; insomma sta succedendo qualcosa di estremamente tenero, spesso i maschi fra loro non sono molto bravi a rendere manifesto l’affetto, la stima che li lega quindi, secondo questo codice militare, sublimano il desiderio di abbracciare qualcuno che li fa sentire capiti e che codificano come “uno di loro” dandogli del nutrimento. Michele accoglie, ringrazia, arrossisce e si rifugia di nuovo fra i suoi pantoni.

Che domanda stai aspettando e non hai mai ricevuto?
Macchè, in questi ultimi tre anni m’hanno chiesto di tutto, ma di tutto proprio. C’hanno una fantasia pazzesca. 

“Dimentica il mio nome” è il tuo ultimo lavoro, parlamene.
E’ autobiografico, si parte dal dolore che ho visto in mia madre in seguito alla perdita di mia nonna, il problema è che non parlo solo di me, inevitabilmente c’erano tanti nostri parenti coinvolti quindi ho dovuto fare un G2 con mia madre, ovviamente lei ha dettato le regole perché – anche se è ormai è abituata ad essere disegnata con le sembianze di una gallina – ha preteso che io mai rivelassi cosa fosse del tutto inventato in questa storia e cosa fosse, invece, autobiografico. Non è stato facile realizzare questo lavoro perché io mi sono ritrovato del tutto spiazzato davanti al dolore: chiamami alle tre di notte perché ti si è fermata la macchina e vengo a prenderti senza problemi ma non mettermi davanti a una persona che manifesta del dolore scomposto con lacrime e singhiozzi. Mi manda in crisi, mi agita, non ce la faccio a relazionarmi, non so che fà. Quando ho visto questo dolore in una donna che ho sempre codificato come assai solida, ovvero mia madre, sono andato pure io in crisi.

Rebibbia è casa tua, ho sentito che sei talmente legato ai tuoi luoghi che da quando hai facoltà di scelta non ti allontani mai per più di quattro notti: è vero?
Da quando ho facoltà di decidere io dei miei spostamenti, quindi da quando non sono più un bambino, devo sempre contrattare prima di una partenza il numero di notti che posso fare fuori al massimo; non ce la faccio a stare via più di quattro giorni, mi vengono le bolle, l’orticaria proprio. (Lo guardo cercando di capire se sia un’iperbole o se davvero la lontananza da casa crei questi sfoghi nervosi) Guarda che non te sto a coglionà, ho dovuto portà appresso pure qua l’antistaminico. E’ qui. Se sto via troppo mi sento escluso da una cosa che mi appartiene, come quando c’è stata la rissa dal kebbabbaro e il cane di uno dei due che non volevano pagare ha azzannato una signora che poi s’è scoperto che era uscita dal carcere dopo aver ammazzato suo marito la prima notte di nozze. Quelli sono gli eventi topici che succedono lì, pensa se me lo perdevo.
Nel frattempo un fan chiede il disegno di un cinghiale e Michele si informa dettagliatamente per esaudirlo al meglio, termina l’opera e ci aggiunge una vignetta che recita “Devi scopà”. Si stringono la mano raggianti.

Dimmi una cosa che ti fa incazzare
Disegna per qualche secondo, riflette, poi sempre senza alzare la testa dal foglio, non solo per concentrazione ma di certo anche per una forma congenita di pudore: “Le semplificazioni, per me le semplificazioni sono il male assoluto. Anche per questo motivo evito di parlare di politica, l’argomento è incredibilmente complesso, ci sono già troppe persone che propongono delle semplificazioni del tutto inadeguate. Ecco le semplificazioni me fanno proprio incazzà.” 

Hai scritto una sceneggiatura con Valerio Mastandrea in cui riproponete questa figura dell’armadillo, mi parete due persone molto simili – magari sbaglio – entrambi visceralmente legati ai propri luoghi di appartenenze, entrambi schivi, ironici, forse malinconici con il pallino della normalità. Come è andata?
Effettivamente è così, io e Valerio siamo davvero molto affini; lui è una persona spiritosa, lucida, acuta, riservata, delicata, del tutto anti vip. Sai che la cosa dell’armadillo che ritorna in “Tutti giù per terra” per lui e nei miei fumetti ce l’hanno fatta notare già, non sei la prima, però è del tutto casuale. Ora non so come andrà questa sceneggiatura, stiamo attendendo sviluppi. Però, davvero, è stato bello lavorare con lui perché è proprio una bella persona.

Tu sei uno che ce l’ha fatta, chissà quanti ragazzi talentuosi ti contattano per mostrarti i loro lavori, chiederti consigli o semplicemente una mano. Chi sono i grandi outsider fra i giovani fumettisti che ritieni bravi e meritevoli di altrettanta luce?
Ce ne sono davvero tantissimi, è davvero pieno di persone talentuose che trovano magari una collocazione grazie ad autoproduzioni, fanzine o al web. Sono felice che la casa editrice a cui sono legato, la Bao, stia dando spazio a due grandi talenti quali sono Tony Bruno e Marta Baroni. C’è un’illustratrice, Silvia Sicks, che trovo bravissima e con la quale mi piacerebbe proprio lavorare, portare avanti un progetto insieme, magari anche un libro.

Nel frattempo una ragazza ha guadagnato la prima fila e porge a Michele un disegno fatto da lei, una sorta di autoritratto in chiave fumettistica, lui lo guarda e arrossisce; si scambiano due battute poi si passa all’orda di altri fan. Michele appoggia con cura il disegno, vicino ai plum cake e agli altri doni, visibilmente imbarazzato.

Mi dai l’impressione di essere in imbarazzo per tutto questo clamore, come se non sapessi neppure dove guardare quando le persone ti trattano come una celebrità. Come se ti volessi perennemente scusare di questo ruolo da protagonista.
E’ così, e’ esattamente così. Io vivo un senso di colpa infinito alla sola idea che sia gente (indica la fila per arrivare a lui) che perda mezza giornata per fare un fila per arrivare qui da me. Un senso di colpa infinito per questo tempo che persone che neppure conosco decidono di spendere per me. 

Si ringraziano Caterina Marietti e Michele Rech

 

 

 

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