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Intervista ai Subsonica: “Una nave in una foresta”, curiosità e retroscena di un disco d’oro

Dichiarato disco d’oro 2014 dalla FIMI, l’album “Una nave in una foresta” dei Subsonica, sarà in concerto per l’ultima tappa dell’omonimo psichedelico tour, il 1 dicembre al Mediolanum Forum di Milano. Dopo Bologna, Firenze e Genova, Samuel, Max Casacci, Boosta, Ninja e Vicio, riempiranno con il loro sound alternative rock l’arena della capitale meneghina, con un live d’eccezione, avanguardistico e sperimentale, fatto di led, proiezioni olografiche, anche wearable, ad impatto ambientale minimo. Un’esperienza mai tentata fino ad ora, che coinvolgerà il pubblico in maniera diretta e visionaria.

E proprio alla vigilia del concerto milanese, ad un appuntamento esclusivo organizzato a Milano dal Corriere della Sera, diretto dal giornalista Andrea Laffranchi, Urbanpost incontra faccia a faccia la band, e scopre i retroscena del nuovo tour, la storia, la musica, le sensazioni e le emozioni dei protagonisti.

Scherza Samuel parlando del nuovo spettacolo live: “Noi non lo vediamo, perché ci siamo sopra, però tutti ci dicono che è molto particolare. E’ uno spettacolo completamente illuminato a led, quindi oltre ad avere la possibilità di utilizzare la luce in una maniera diversa da quella che si utilizza normalmente, ci permette anche di abbattere un po’ il consumo energetico. E…e speriamo che più produzioni, in Italia e nel mondo, possano percorre questa strada perché ovviamente, solo la nostra e quella dei Radio, sono le uniche realizzate in questo modo, non cambiano, non spostano più di tanto l’impatto energetico, ma se tutti quanti lo si fa, sicuramente si raggiunge un risultato migliore”.

E continuando a parlare dello show, i ragazzi spiegano come è strutturato e come è stato costruito. Alla domanda: “Non vi immaginavate bene come sarebbe stato questo disco dal vivo. Come lo avete costruito e come lo avete fatto diventare amico degli altri, del resto del repertorio Subsonica”, la voce, Samuel, risponde: “Beh, non è stato semplice perché in realtà, in qualche modo, noi amiamo, ad ogni passaggio, ad ogni lavoro discografico, raccontare un cambiamento, raccontare un movimento, un percorso, una ricerca. E quindi, inevitabilmente, cambiando i tempi, cambiando anagraficamente, è inevitabile che siano tutti diversi uno dall’altro. Quindi, ogni volta, nel momento in cui dobbiamo raggruppare i brani, creare una scaletta, per poi raccontarli tutti insieme in un concerto, diventa complicato. Più vai avanti, e più hai pezzi che non puoi togliere dalla scaletta. Però, devo dire che siamo riusciti, dando grosso spazio a questo album. Abbandonando la paura di dover rappresentare i brani nuovi perché, generalmente, dal vivo, sono quelli che noi sappiamo fare meno e la gente conosce meno, quindi è più complicato riuscire a  creare quell’alchimia tra gruppo e pubblico che alimenta i nostri concerti.”

Boosta, poi, spiega: “Noi arriviamo dalla musica elettronica, la musica elettronica è sempre stata presentata e rappresentata come un flusso. Se pensiamo alle serate, il dj bravo non è solo il selecter bravo, ma è quello che ti porta dentro un tunnel, un qualcosa che ti serve ad accompagnare una serie di emozioni. Dunque c’è il momento in cui la musica esplode, quello in cui ti raccogli, quello in cui ti distrai. E’ tutto un viaggio leggermente teleguidato. Stessa cosa per un concerto. Come diceva Sam, quando si hanno 7 dischi, sono tanti pezzi, e scegliere non è facile. Si arriva a scegliere quelle due ore, due ore e venti, come in questo tour, e dargli un senso non è facile. Quindi per mesi e mesi, Max propone, poi scegliamo dei pezzi in scaletta, poi li riascoltiamo, li mettiamo insieme, prendiamo i pezzi dai dischi, e ce li ascoltiamo noi. Ci ascoltiamo il flusso del concerto.”

Durante l’incontro viene poi affrontato il tema del rapporto musica-giovani, che sempre più numerosi fuggono dall’Italia per esprimere il loro talento altrove. La musica di ieri a confronto con quella di oggi mostra differenze e similitudini. A tal proposito Max afferma: “Negli anni ’90 nasce una generazione che, dopo quella degli anni ’70, cerca nuovamente di affermare un linguaggio diverso rispetto a quello praticato nella musica italiana, che è quasi tutta incentrata sulla musica leggera o classica. Lo fa però in un momento in cui la musica ha ancora una centralità che oggi si è quasi completamente smarrita. Cioè, la musica, fino agli anni ‘90, era il fuoco sacro per qualsiasi giovane. Alla musica venivano posti degli interrogativi che andavano al di là del semplice scopo di intrattenimento. Era un codice di decifrazione del mondo.  Ai musicisti stessi, forse, venivano chieste delle cose spropositate rispetto al loro ruolo, però era molto sintomatico che questo succedesse. Eh, diciamo che poi ci sono gli anni zero, e io sono abbastanza d’accordo con chi li interpreta come una grossa voragine, non solo musicale, culturale, soprattutto in Italia. Sono gli anni un po’del nulla,insomma. Sottovuoto spinto. E lasciano il passo a questi primi anni 10. Ora, quello che noi vediamo, è che oggi, qualcosa si è rimesso in moto, ed è abbastanza oggettivamente riscontrabile per il fatto che, ad esempio, i numeri ai concerti degli anni zero, parlavano (non per noi, perché per noi è andata veramente alla grande). Cioè, notavamo come facesse difficoltà la nuova generazioni di musicisti anche solo a suonare su un palco davanti ad un locale pieno. Questo, oggi sta di nuovo succedendo. Succede con dei gruppi che portano sotto il palco i propri coetanei. Ci sono dei nomi di punta, anche. A Milano ci sono i Ministry, per esempio, a Roma ci sono i Cani, dalle nostre parti i Cosmo, ci sono i nuovi cantautori. Ci sono un sacco di band interessanti che stanno cercando di riconnettere tutto un tessuto connettivo che è andato un po’ perso, e che ruota intorno alla musica. Certo, la musica, anche solo nei quotidiani, pesa quanto il cruciverba o il sudoku. Ha sempre meno rilevanza laddove pensiamo alle stagioni passate, quando la musica era anche meno addomesticata, e qui ci sarebbe una riflessione da fare. Quando la musica era ribelle smuoveva milioni di persone. Man mano che la musica si rende docile e più conforme, per i passaggi radiofonici, eccetra, eccetra, perde completamente corpo e peso. Ecco, adesso la musica sta cercando carsicamente di riprendersi un ruolo grazie alle nuove generazioni, che noi riteniamo molto attive. Non tutti cantano in italiano. L’Europa esercita comunque una fascinazione notevole. L’Italia viene considerata un terreno molto accidentato e anche forse troppo legato alla musica leggera che, i ragazzi, almeno non tutti, non vogliono praticare. Però diciamo che qualcosa si è mosso.”

Boosta, aggiunge: “E’ inutile nasconderlo, in generale, nell’amore come nella vita, la fuga non è la soluzione migliore. Quindi, tendenzialmente se fai la domanda a me, come ai miei amici, noi, personalmente, restiamo. Noi nel piccolo, nell’ambiente musicale, abbiamo scelto da tanti anni il racconto in italiano, nonostante quando abbiamo com inciato, nel ’96, la nostra era un tipo di musica che si basava su concetti più esterofili, per il fatto che le radici erano diverse, la musica che ascoltavamo arrivava tutta dall’estero, dall’Europa, dalla Jamaica, piuttosto che altro, quindi, quello che abbiamo cercato di fare è stato trasmetterla, assimilarla, e riproporre qualcosa con una sensibilità prettamente italiana. Quindi, quello che abbiamo cercato di fare è, da un punto di vista artistico, rimanere coerenti e autarchici sotto questo punto di vista, dopodiché il libero arbitrio è fondamentale, se tu te la senti di andar via perché pensi di poter avere un futuro migliore ben faccia.”

Circa l’ascesa del rap in Italia come genere musicale di punta, i ragazzi si mostrano entusiasti ed aperti. Parla di nuovo Samuel, a nome della band, affermando: “Non penso il rap rubi la scena, almeno a noi assolutamente non ruba niente. Certo è che si sta creando un mondo. Una scena, nella quale esprimersi e raccontarsi.”

Tra una domanda e l’altra non è mancata l’occasione per apprezzare live, la musica dei ragazzi, che hanno suonato anche un brano che, ad ora, non è ancora in concerto. E, infine, spazio alle domande di giornalisti e blogger, dalle quali è trapelata qualche curiosità.

Alla domanda: “Cosa vi fa paura?”, Boosta, risponde: “Queste domande qua, ci mettono purissima, questo possiamo dirlo con tranquillità. Prima di essere cantanti, siamo persone, che vivono in una società civile, che è quella in cui viviamo tutti, quindi è logico che le paure siano le stesse di tutti, forse trasformate per certi versi, ma sono paure di tutti i giorni. Sono quelle umane, come avere paura della morte, della malattia, del futuro, anche lavorativo. Noi abbiamo questa considerazione, che è realistica e anche meravigliosa, che noi amiamo fare musica, abbiamo sempre sognato di fare i musicisti, ci ritroviamo ad aver avuto questo sogno insieme 18 anni fa e ci svegliamo 18 anni dopo avendo il privilegio di continuare a vivere con la nostra passione. Quindi,il nostro mestiere, quello che ci da vivere è la nostra passione, per noi è un privilegio enorme.”

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