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Intervista allo chef Alessandro Mecca del ristorante Spazio7 a Torino

Spazio7, un contenitore di bellezza nella città della Mole Antonelliana. Nel cuore pulsante di una Torino in fermento, Spazio7 si racconta tra ristorante, caffetteria, trattoria contemporanea, location per eventi. Un luogo di incontro tra l’alta cucina italiana e il mondo delle arti che trova la sua massima espressione nella Fondazione Sandretto Re Baudengo, uno dei centri più importanti dedicati all’arte contemporanea.

Qui, in uno spazio e in un tempo in cui si gode l’Arte in tutte le mille sfaccettature, si racconta la cucina dello chef Alessandro Mecca, classe 1984, fresco di Stella Michelin. «La mia cucina è fatta con amore e bellezza», mi svela lo chef Alessandro Mecca, di origini piemontesi. Una passione forte per la cucina che lo porta a iniziare la sua carriera nel ristorante di famiglia, “Crocetta” di Torino, dove impara le basi fondamentali del lavoro di un cuoco e scopre la passione per la cucina tradizionale italiana. Il suo curriculum di tutto rispetto si racconta in interessanti esperienze al ristorante Guido da Costigliole, Al Sorriso di Soriso e La Ciau del Tornavento a Treiso, fino all’esperienza al DOM di San Paolo con Alex Atala, uno dei maggiori esponenti della cucina contemporanea sudamericana. Nel 2015 approda a Spazio7 conquistando la sua prima Stella Michelin che brilla forte e chiara nel firmamento della giovane ristorazione torinese.

Chef Alessandro Mecca quale è la sua storia?
«Inizio un po’ per gioco, un po’ per punizione. Non andavo molto bene a scuola quindi il sabato e la domenica lavoravo nel ristorante dei miei genitori dove lavavo i piatti. Mi sono appassionato alla pasticceria e ho iniziato a cucinare il bonet, il crème caramel, le torte. Fino a 16 anni.
Poi occuparmi solo di dolci non mi divertiva più. Mi piaceva stare in cucina, volevo occuparmi delle “partire”: ho iniziato con gli antipasti, poi sono passato ai primi e ai secondi. Grazie a mio padre e ad alcune conoscenze, sono poi riuscito a fare delle esperienze importanti: Guido da Costigliole, Al Sorriso di Soriso, La Ciau del Tornavento a Treiso, fino al DOM di San Paolo con Alex Atala.
Al ritorno dal Brasile mi sono di nuovo concentrato sulla pasticceria, con un’esperienza da Vacchieri e in un’altra pasticceria per migliorare alcune tecniche. Da lì ho aperto un ristorante a Villanova d’Asti, L’Estate di San Martino, e poi nel settembre 2015 sono tornato a Torino, a Spazio7».

 

Il 16 Novembre ha preso la sua prima Stella Michelin. Cosa ci può dire in merito?
«E’ stata un’emozione fortissima a partire dalla chiamata del direttore della guida Sergio Lovrinovich. Mi sono tornate alla mente una serie di sensazioni che avevo già “sentito”, perché da anni sognavo questo traguardo. Sensazioni che si sono trasformate in grande emozione salendo sul palco dell’Auditorium Paganini di Parma. In quel momento ho ripensato alla gavetta, a tutte le difficoltà provate, ma anche alla grande soddisfazione per questo riconoscimento».

Quale è la sua idea di cucina?
«Una cucina semplice, fatta con amore e bellezza, di prodotto, ma soprattutto di gesto. La cucina, dall’atto del cucinare al sedersi a tavola, è il momento più importante della giornata perché è il tempo della condivisione. Ed è un tempo da approcciare con molto rispetto e cultura».

C’è un piatto a cui è legato?
«Sicuramente il risotto. È il primo piatto che ho imparato, guardando per ore mio padre in cucina. Per farlo bene ci vogliono gesto, tecnica e timing perfetto».

Ha un ristorante preferito in città?
«Sono due in realtà: il Gatto Nero e La Limonaia».

Cosa pensa della ristorazione italiana?
«È migliorata moltissimo anche se non smetta a me dirlo. Bottura, Scabin, Alajmo e moltissimo altri cuochi straordinari hanno davvero portato la rivoluzione in cucina. Adesso ci sono parecchi giovani, molto bravi, quindi non potrà che migliorare ancora».

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