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Intervista esclusiva a Marta Scomazzon, fidanzata di Luca Russo morto nell’attentato a Barcellona: «Non hanno vinto loro»

Esattamente un anno fa, il 17 agosto del 2017, si consumava il feroce attentato terroristico a Barcellona. Sulla Rambla de Canaletes, nel cuore della città catalana, un furgone guidato dal terrorista Younes Abouyaaqoub si lanciò sulla folla travolgendo le persone come birilli. Le vittime furono 16 ed i feriti 15. Tra i morti in quella giornata tragica per l’Europa intera anche tre italiani: Bruno Gulotta, Carmen Leopardo e Luca Russo. E proprio per ricordare il giovane ingegnere di Bassano del Grappa (Vicenza) UrbanPost ha raggiunto telefonicamente Marta Scomazzon, la fidanzata di Luca che quel giorno era a Barcellona con lui e che rimase seriamente ferita nell’attentato. Un’intervista che vuole essere prima di tutto un gesto concreto per non dimenticare le vittime della violenza dei terroristi, mai. Un percorso della memoria che UrbanPost ha iniziato in questi giorni e porterà avanti a lungo.

Intervista esclusiva a Marta Scomazzon, fidanzata di Luca Russo morto nell’attentato a Barcellona: «Non hanno vinto loro»

Ciao Marta, prima di tutto grazie per aver accettato questa intervista. Sappiamo essere giorni molto difficili per te, ad un anno esatto di distanza dall’orrendo attentato sulla Rambla a Barcellona. Quali sono i tuoi ricordi più nitidi di quel giorno?

«Io non ho un ricordo preciso del momento dell’attentato, di quanto è accaduto in quei minuti. Il furgone che ci ha investiti è arrivato alle nostre spalle. Non abbiamo visto qualcosa che potesse dirci ‘scappate, allontanatevi da qui’. Ricordo invece i momenti immediatamente prima, quando dovevamo attraversare la strada. Poi mi ricordo il dopo. Non so quanto tempo dopo, ma ricordo che sono arrivati dei poliziotti che mi hanno aiutata ad allontanarmi dalla strada e mi hanno portata dentro ad un negozio, che era il posto più sicuro al momento. In quel momento non sapevo dove fosse Luca, ero completamente disorientata».

Non avete avuto il tempo materiale di “capire” cosa stava succedendo: è esattamente quello che vogliono i terroristi del nuovo millennio che per questo da sempre colpiscono “nel mucchio”. Subito dopo l’attentato cosa è successo? Sei stata assistita adeguatamente?

«Io sono rimasta ferita. Avevo una frattura al piede sinistro, al gomito destro ed alla clavicola, oltre ad una contusione alla schiena. Queste sono le uniche ferite di quel giorno che si sono rimarginate. Sono stati tutti molto bravi, c’erano molti giovani tra i soccorritori. Io non conosco lo spagnolo, ma quel giorno sono riuscita a spiegarmi con chi mi doveva aiutare parlando in inglese».

“Nasciamo senza portare nulla, moriamo senza portare via nulla. Ed in mezzo litighiamo per possedere qualcosa”. Lo aveva scritto Luca su Facebook non molto tempo prima di quel tragico 17 agosto di un anno fa. Che ragazzo era Luca, vuoi raccontarcelo?

«Questa frase lo rappresenta molto bene. Luca non era una persona molto legata alle cose materiali. Per lui le cose importanti non erano certo un’auto lussuosa o una vacanza a cinque stelle, ma piuttosto con chi passava il pomeriggio, con chi sentirsi appena usctio dal lavoro. Gli interessava molto di più il contatto con le persone, era una persona molto umana da questo punto di vista. Era un ragazzo molto solare, allegro. Quando al lavoro magari qualcosa non andava per il verso giusto, lui la prendeva sempre in modo positivo, non lo dava a vedere. Cercava sempre di far vedere il meglio di sé. Cercava semmai di aiutare gli altri. E’ una cosa che ci accomuna molto, prima gli altri, poi noi».

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Eventi tragici come quello che hai vissuto con Luca sono ovviamente imprevedibili. E’ brutto o bello ricordarlo a seconda di come si vedono le cose del mondo, ma rappresentano una lezione per tutti. Se modificano per sempre i nostri comportamenti vuole dire che “hanno vinto loro”.

Che cosa dovrebbe insegnare a tutti noi la storia di Luca come quella delle altre vittime di Barcellona? Capisco che sia una domanda difficile, ma la risposta di chi ha vissuto in prima persona è importante.

«Guarda, io penso di essere sempre la stessa ragazza di prima anche se ho vissuto quel che ho vissuto a Barcellona. Sono tornata a fare le mie cose, ne faccio anche di più di prima. Una cosa che ho capito, sicuramente, è che bisogna vivere la vita pienamente, riuscire sempre a cogliere l’attimo. Insomma se ti capita un’occasione, qualunque sia, di lavoro o di svago, prendila senza indugio, buttati. Questa è una cosa che è cambiata in me dopo quel giorno e penso che sia un aspetto positivo. Dopo tutto quello che è successo avrei potuto chiudermi in casa pensando che così non mi sarebbe più potuto accadere più niente di male. No, non era questa la mia mentalità e sto cercando di uscirne nonostante il dolore per la perdita di Luca».

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Come si sono comportate le istituzioni italiane con i familiari della vittime nell’immediatezza dei fatti e poi successivamente, fino ad oggi?

«Si sono comportate bene. Sono sempre stati a nostra disposizione. Dopo l’attentato si sono adoperati per farmi tornare a casa abbastanza in fretta. Anche con i miei familiari che sono venuti a Barcellona sono sempre stati attenti e disponibili».

Articoli come questo sono pensati soprattutto per preservare la memoria “pubblica” delle vittime italiane del terrorismo. Farete qualcosa per ricordare Luca, intendiamo non a livello familiare, c’è qualche iniziativa pubblica in programma?

«Oggi in serata ci sarà una messa a Bassano del Grappa, per ricordare Luca ma anche le altre vittime italiane di Barcellona. Poi il 16 settembre ci sarà un evento cui tengo molto. Ho chiesto al Comune di Bassano di poter piantare un albero in memoria di Luca, in un parco della città. Ci sarà un momento di commemorazione pubblica, credo molto importante non solo per noi familiari. Pensiamo di creare così un posto in cui sarà possibile recarsi per riflettere sul valore della vita, un posto per lui, Luca».

E lo crediamo anche noi. Con Marta siamo rimasti d’accordo di risentirci proprio in occasione della messa a dimora dell’albero in memoria di Luca. Piantare un albero non è una scelta a caso: è un simbolo di vita che nessun terrorista potrà mai comprendere. No, non hanno vinto loro.

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Written by Andrea Monaci

49 anni, è direttore editoriale di Urbanpost.it fin dalla sua fondazione nel 2012. Ha iniziato la sua carriera nel 1996, si è occupato principalmente di lavoro, criminalità organizzata e politica. Ha scritto per "Il Secolo XIX", "Lavoro e Carriere", "La Voce dei Laghi", "La Cronaca di Varese".

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